Balcani, la rotta dei disperati, di Diego Lorenzi

Balcani, la rotta dei disperati


Viaggio nelle viscere della notte

di Diego Lorenzi

È solo per merito dei disperati
che ci è data una speranza (Walter Benjamin)

La rotta balcanica si è aperta di fatto nel 2015, “inaugurata” dai profughi pakistani, iraniani, iracheni, siriani, ecc. provenienti dalla Turchia e dalla Grecia che volevano entrare in Europa attraverso l’Albania, il Montenegro, o la Macedonia, la Serbia e la Bosnia-Erzegovina, quindi la Croazia e la Slovenia, per poi raggiungere la Germania, la Francia ed alcuni paesi nordeuropei.
Dopo un breve rallentamento causato dalla chiusura di alcune frontiere, l’esodo dei migranti è proseguito, anno dopo anno, costringendo le autorità locali dei Balcani ad allestire dei veri e propri campi profughi, per dare un rifugio a molti di loro.

 

Migranti in cammino (Bosnia, 2018)


In Bosnia-Erzegovina la rotta dei migranti transita soprattutto attraverso le città di confine di Biha
ć e di Velika Kladuša, data la loro vicinanza alla Croazia (primo avamposto europeo, in taluni casi minaccioso e intollerante: una sentinella dei Balcani in funzione di severo gendarme dei confini europei.
E non si tratta di un dettaglio da poco, perché è lungo questo confine che vengono praticati i maggiori respingimenti, con calcolata azione punitiva: ovvero, i migranti vengono braccati, catturati, privati di tutti i loro pochi beni (qualche soldo, il cellulare, spesso gli indumenti che indossano, comprese le scarpe: alcune associazioni umanitarie hanno documentato con foto e video i trattamenti della polizia croata e le violenze a cui sono sottoposte le persone che vengono arrestate, per poi essere rispedite in Bosnia attraverso i boschi. Ci sono stati decine di casi di congelamenti a causa delle rigide temperature).

Tutto questo succede nel totale silenzio delle autorità e delle associazioni umanitarie più importanti. Come se ci fossero diritti umani più esclusivi di altri su cui imbastire delle campagne di denuncia, dimenticandone tanti altri, e affidandosi per il resto a qualche laconico comunicato stampa. Vergognoso.

 

Il Consiglio d’Europa chiede conto alla Croazia delle violenze degli agenti di polizia contro i migranti. La risposta del governo è sprezzante (DasNews.it)

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Nelle tre foto: profughi provenienti dalla Macedonia in cammino verso la Serbia e la Bosnia  (Ansa – La Repubblica)

 

Nel nostro breve viaggio abbiamo visitato il campo profughi di Velika Kladuša e i due di Bihać, tornando in Italia in preda a rabbia e sconforto, decisi comunque a fare di tutto per cercare di alleviare un po’ le sofferenze di queste persone con degli aiuti umanitari concreti e aprendo un canale comunicativo permanente tra l’Italia e la Bosnia-Erzegovina.

La realtà è più nutriente di un sogno

Il mio compagno di viaggio è silenzioso. Non è la stanchezza, né la struggente malinconia del paesaggio, ma forse è solo lo spaesamento, o il senso di desolante smarrimento e sconfinamento emotivo alla vista di quei luoghi segnati da un dolore selvaggio, intenso e penetrante.

Abbiamo attraversato per ore un paesaggio ancora popolato dai fantasmi della guerra: case abbandonate al loro destino, scarsa illuminazione, solo qualche luce qua e là accesa come piccoli fuochi improvvisasti (anche se ci diranno che spesso è una scelta per scoraggiare eventuali intrusi), cani randagi ai bordi della strada, pochi segni di vita.

Centro storico di Velika Kladuša (The Submarine)

Al valico di confine bosniaco il serpentone di auto procede a rilento: il venerdì è il giorno in cui i lavoratori rientrano a casa dopo una settimana di lavoro in Slovenia, in Austria o in Croazia.
Velika Kladu
ša è appena dopo il confine con quest’ultima. La piccola cittadina si svela lentamente, come emergendo dal nulla.

Fino a poco tempo fa era una meta poco frequentata se non da qualche turista occasionale. Ora è divenuta una dei transiti della speranza verso l’Europa: un simbolo affermativo del popolo dei Balcani in fuga dagli orrori della guerra, conflitti che altri (noi occidentali per primi) hanno portato nei loro paesi di origine e che in molti casi sono gli stessi che li respingono come “oggetti” indesiderati.
Questa è una delle grandi e spudorate contraddizioni delle attuali migrazioni.

Velika Kladuša accoglie ora le lunghe carovane di profughi provenienti dalla Turchia e dalle isole greche di Samo, Chio e Lesbo con la tipica indolenza balcanica, o con la classica “gentile indifferenza del mondo”. Anche se si avverte una delicata e timida solidarietà – quando non un “trasporto” compartecipe di gran parte della popolazione – ricordando un lontano destino comune.
In realtà il campo profughi che spunta come un fungo “avvelenato” gonfiandosi a dismisura ai margini della città, è un luogo di sosta forzata e di transito obbligato per centinaia e centinaia di loro: una porta d’accesso al mondo occidentale rappresentato dalla Croazia.

Campo profughi a Velika Kladuša (ingresso a destra del Miral)

 

Nel territorio di Velika Kladuša il campo che accoglie i rifugiati si trova nei pressi del capannone della Miral (fornitore di attrezzature per l’edilizia), gestito dall’IOM (organizzazione migranti dell’Onu), la cui conduzione, tuttavia, a quanto riferiscono volontari e residenti, lascia molto a desiderare. Vi sono alloggiati circa mezzo migliaio di migranti, comprese donne e bambini, distribuiti alla buona in vari container ed in alcune tende di fortuna (che poi si infittiscono anche oltre il campo cosiddetto “ufficiale”).
Le scarse informazioni che raccogliamo parlano di un’unica distribuzione di cibo giornaliera, affidata al buon cuore di alcune associazioni umanitarie locali (una in particolare che fa capo alla Pizzeria Teferi) e ad alcuni volontari della piccola Ong indipendente spagnola NoNameKitchen, composta da giovani operatori di diversi paesi, che prepara dei pasti caldi e offre 2-3 volte alla settimana delle docce, un’assistenza medica di pronto soccorso per le persone in difficoltà (soprattutto per quelle che tornano dal
Game e che hanno subìto la brutalità della polizia croata) e un po’ di vestiario per quelli che intraprendono il viaggio verso la Croazia.

 

Tramonto nei pressi del campo profughi Bira di Bihać . Inizio del Game (Finnegans)

 

Il Game è stato chiamato così perché rappresenta, nella sua drammaticità, una specie di gioco, una partita, considerando il tentativo che viene ripetuto moltissime volte di sconfinare in Croazia, che dista solo poche decine di chilometri. Alla sera frotte di migranti, zaini in spalla, molti in ciabatte e con vestiti leggeri, riempiono le strade di Velika Kladuša avviandosi per i sentieri delle colline e dei boschi verso il confine croato. È una processione struggente, che non può lasciare indifferenti. Raccontano che molte volte gli abitanti dei villaggi che i migranti incontrano lungo il cammino, offrano loro del cibo e degli indumenti per ripararsi dal freddo. Mentre al ritorno dal Game non è raro trovare dei volontari che si adoperano per medicare le ferite di molti di loro, causate sia dalle lunghe camminate che dalle manganellate ricevute dalla polizia croata.

 

Campo improvvisato a Velika Kladuša (Foto di Paolo Amadei – Blitz Quotidiano)

 

La sera della nostra permanenza a Velika Kladuša abbiamo avuto la fortuna di incontrare Arif, accompagnato dalla moglie e dalla figlia, un conoscente del mio compagno di viaggio, persona gentile e squisita, che gestisce una piccola azienda di prodotti per l’edilizia poco fuori dal centro cittadino. Così siamo venuti a conoscenza della reale situazione dei migranti ospitati nel campo profughi, delle loro condizioni di vita e del rapporto a volte conflittuale, a volte altamente solidale con la popolazione, che dà una mano come può, anche se la realtà sociale è tutt’altro che rosea: altissima disoccupazione e forte emigrazione. 

 

Il campo di Trnovi a Velika Kladuša dove vivono circa 300 persone (Foto Sos Kladuša)

 

Il campo profughi “Miral” a Velika Kladuša (foto scattata da profughi siriani – APS Lungo la rotta balcanica)

 

Il giorno successivo, dopo una sosta nel piazzale antistante il campo profughi Miral, siamo partiti alla volta di Bihać, un’appartata quanto graziosa cittadina della Bosnia nord-occidentale attraversata dal fiume Una, che le conferisce un aspetto attraente, addolcendone alcuni tratti un po’ austeri derivati dall’essere stata secoli fa una città di confine tra l’impero ottomano e quello austro-ungarico, dei quali conserva le rispettive architetture.

 

Bihać attraversata dal fiume Una. In primo piano la Torre del Capitano, 1205 (Finnegans)


Dopo una breve sosta nel centro storico della cittadina (che conta circa 60.000 abitanti, per lo più bosgnacchi, cioè musulmani bosniaci) abbiamo incontrato due operatrici dell’IPSIA-Acli, Greta e Marine, che lavorano come volontarie nei due campi profughi di Biha
ć, il Bira e l’ex studentato di Borići. Ci raccontano la situazione dei rifugiati come non te l’aspetteresti: verità dura e cruda, andando al nocciolo delle questioni senza le scorciatoie e le pastoie tipiche dell’interferenza socio-politica, o di quel falso buonismo di maniera che dipinge una realtà difficile ma ineluttabile, affrontata spesso con uno spirito quasi messianico.

I profughi, provenienti come abbiamo detto soprattutto dall’est asiatico e dal Medio Oriente (Pakistan, Bangladesh, Iraq, Afghanistan, Iran, Siria), arrivano a Bihać o a Velika Kladuša, o nel campo profughi serbo di Bogovadja – dov’è presente l’IPSIA con altre associazioni cattoliche italiane – dopo centinaia di chilometri percorsi soprattutto a piedi, seguendo rotte o sentieri poco battuti.

 

Esterno ed ingresso del campo profughi Bira di Bihać

 

 

Stremati e sorretti solo dalla forza di volontà o dalla speranza di una soluzione per il loro dramma, vengono “rinchiusi” nei due campi suddetti: il Bira, un capannone di una ex fabbrica di elettrodomestici e l’ex studentato titino di Borići, situato vicino allo stadio di calcio e all’Università islamica di teologia.

Sono assistiti dalla Croce Rossa locale, da alcuni volontari dell’IPSIA-Acli (che tra le tante iniziative promosse gestiscono un Social Café per offrire loro un po’ di conforto) e da altri volontari di associazioni umanitarie. Mentre i due campi sono gestiti a livello logistico, amministrativo e di sicurezza dallo IOM (Organizzazione intergovernativa migranti), un ente e una struttura molto discussa e che, come detto, lascia molto a desiderare.

Interno del Bira di Bihać: in fila per la mensa (Produzioni dal Basso)

 


Distribuzione del cibo: carente; condizioni igieniche: pessime; possibilità di essere curati: molto scarse, quasi nulle. In più, le strutture sono poco riscaldate (a Biha
ć, come a Velika Kladuša, in inverno le temperature scendono sotto lo zero); l’ex studentato è privo di finestre e di infissi, anche se sembra stiano piano piano provvedendo ad una leggera manutenzione; all’interno sono stati installati dei container e sistemate delle tende; molti familiari per riscaldarsi si stringono tra di loro.

Nonostante tutto questo, quasi tutti, prima o poi, tentano di raggiungere il confine croato camminando tra i boschi e le montagne, anche se quasi sempre vengono intercettati dalla polizia – che si giova spesso delle informazioni da parte della popolazione croata di confine (quando si dice altruismo…) – e rispediti brutalmente in Bosnia. Dove, dopo un po’ riprenderanno il Game, fin che ce la faranno.

 

Vi proponiamo una testimonianza-video relativa al campo profughi Bira di Bihać, edita da Produzioni dal Basso, un’associazione di crowdfunding che raccoglie e lancia progetti, soprattutto di impegno civile e sociale

 


Lo scandaloso divorzio delle coscienze
da un altruismo responsabile

 

È comunque un gioco al massacro: alcuni di loro ci rimettono la vita (lo scorso anno le statistiche ufficiali hanno parlato di una ventina di morti, ma in realtà sono molti di più, perché alcuni non vengono identificati e di loro non si conosce assolutamente nulla).
Altri invece vengono rispediti indietro dopo aver subìto le angherie da parte della polizia croata, che spesso li deruba dei soldi, degli oggetti personali, dei cellulari e – cosa ignobile – del vestiario, costringendoli ad attraversare i boschi privi addirittura delle scarpe: abbiamo avuto conferma che molti arrivano al campo con i piedi congelati e coperti da piaghe (in un sito indipendente sono documentati i casi di alcuni ragazzi colpiti da cancrena).

 

Ragazzo ferito dalla polizia croata (Foto di Paolo Amadei – Blitz Quotidiano)

 

Angolo ricavato all’interno del Dom Borići di Bihać (Vita.it)

 

Dopo l’incontro con Greta e Marine raggiungiamo il Bira, il primo dei due campi profughi che dovremmo visitare: entrare è però impossibile, ci sono stati dei problemi di sicurezza e quindi l’IOM ha bloccato gli ingressi. Ci aggiriamo nei piazzale esterno dell’enorme struttura: dal capannone escono pochissimi migranti, quasi tutti si dirigono verso il centro città, altri, zaino in spalla, si incamminano per il Game; la maggior parte di loro farà ritorno al campo, ferita e devastata moralmente e fisicamente. Per poi ricominciare, non avendo nulla da perdere ed essendoci in gioco la loro vita.

Tuttavia, la vita continua anche in questa parte del mondo geograficamente così vicina a noi e così drammaticamente lontana dalle nostre postazioni mentali, tanto da passare inosservata. I pochi mezzi informativi a grande diffusione che si aggirano tra queste “macerie” umane ed esistenziali lo fanno attraverso qualche incursione estiva, per poi abbandonare al loro destino l’oggetto del loro interesse professionale, ridotto il più delle volte a strumento di mera cronaca da dare in pasto per qualche secondo a spettatori distratti.

Un “altruismo” di facciata, in verità un generale e scandaloso divorzio delle coscienze, in barba all’etica, ai valori morali e civili, quasi un’assoluzione collettiva che lambisce il proprio Io sfiorando e incrociando per qualche istante lo “sguardo dell’altro”, per poi ritornare a rifugiarsi dentro il proprio involucro interiore.

 

Le immagini invece delle parole

Breve reportage di Diego Pizi sui campi profughi di Bihać e di Velika Kladuša
(per Melting Pot Europa), all’inizio dell’estate 2018

 

 

 

 

 

 

Enea, il primo profugo, tra i tanti

 

Già Virgilio nell’Eneide ci ricordava la nostra natura di uomini migranti (ed accoglienti), anche se il contesto storico è ben diverso da allora: “In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è questa? Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra. Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto” [Eneide, Libro I 538-543].
Ma tant’è. C’è forse un po’ di umanesimo che si aggira tra le rovine di questa Terra Desolata?

 

Profugo tra le montagne attorno a Bihać (foto di Alessio Paduano)

 

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Il giorno seguente decidiamo di visitare l’ex studentato Dom Borići, una grande struttura abbandonata all’inizio della guerra, che l’IOM ha cominciato a ristrutturare e che attualmente offre un rifugio a centinaia di migranti. L’ingresso è vietato, anche qui per motivi di sicurezza. Le nostre richieste vengono respinte dagli addetti che stazionano all’interno di una piccolo edificio che funge da portineria.

All’esterno del campo e nell’area parco attorno al fabbricato non c’è nessuno. Fa freddo. Cerchiamo di raggiungere il lato est della struttura, poi quello a sud che confina con una base militare, ma inutilmente. Non riusciamo ad intercettare che le poche auto di passaggio. Sappiamo che dentro a quel fabbricato scalpita un’umanità al confino, privata della possibilità di vivere. E questo è disperatamente tutto.

Non ci resta che scattare alcune foto ed andarcene, accompagnati da un senso di vuoto e di smarrimento – che personalmente non mi lascerà per tutto il viaggio di ritorno e per i giorni successivi –.

 

La colpa metafisica,
ovvero «l’infrazione dello spirito di solidarietà»

 

Il grande filosofo tedesco Karl Jaspers nel suo saggio “La questione della colpa” scritto dopo la fine del regime nazista ed in seguito ad alcune lezioni tenute all’università di Heidelberg, distingueva  quattro colpe fondamentali riferite al dramma del popolo tedesco: la colpa criminale (o giuridica), politica, morale e metafisica.

Il riferimento all’attualità contemporanea e al dramma che stanno vivendo milioni di esseri umani costretti a mettere in gioco la loro vita e quella dei loro figli, può essere racchiuso nel concetto di colpa metafisica, laddove noi, a conoscenza di una sofferenza non facciamo nulla per impedirla, attivando deliberatamente l’inosservanza dello “spirito di solidarietà”, inteso come “il dolore dell’altro è il mio dolore”. Anzi, contribuendo con la nostra indifferenza ad un’indegna oggettivazione dell’uomo: un essere umano divenuto “oggetto”, senza dignità, senza più radici, espulso e rigettato da ogni comunità, guardato con disprezzo, deriso, umiliato, prosciugato di ogni diritto e rinchiuso nel recinto degli indesiderabili.

Vi prego di osservare i volti dei poliziotti croati: un’immagine, come altre di peggiori, che sta diventando il simbolo della nuova comunità europea infettata dall’egoismo, dall’arroganza e dal rancore.

 

Migranti al Dom Borići di Bihać (foto di Paolo Amadei – Blitz Quotidiano)

 

Polizia croata (Ansamed)

 

Ecco, ho la netta sensazione che questi disgraziati siano i nuovi “oggetti” sociali da tenere confinati nei campi profughi, abbandonati a loro stessi, lontani da tutto e soprattutto dalle grandi stazioni di transito della civiltà, vittime di un’insensibilità che lascia sgomenti, nonostante che le grandi istituzioni e i pachidermici organismi umanitari internazionali facciano credere di occuparsi di loro e di voler risolvere (in qualche modo) i loro problemi.

Essi – le grandi organizzazioni civili e umanitarie – sono presenti, ma silenziosamente “assenti”; usano magari un linguaggio che suona accogliente, solidale – in sintonia con i più nobili princìpi di una società civile e democratica – ma le loro voci sono sempre più afone, coperte dal grande frastuono mediatico che irrompe con la voracità di un animale affamato per poi dileguarsi nella notte.
Una smaterializzazione disumanizzante. 

E se questo è il tributo che tutti noi dobbiamo pagare alla rincorsa affannosa di un progresso incapace di reggere l’onda d’urto del reale, meglio allora fermarsi, prendere fiato e ripensare tutti insieme ad altri percorsi che ci facciano toccare con mano la nostra vera natura di esseri umani, portando alla luce il cuore autentico del mondo, che è quello della nostra più genuina umanità.

 

Lo sguardo dell’Altro 

 

Profugo al Dom Borići di Bihać (AgenSIR)

 

È questo che ho pensato durante il viaggio di ritorno da Bihać a Trieste a bordo di un pullman di linea, mentre i confini geografici e mentali si dissolvevano dietro di me e tutto mi appariva più sfumato e quasi irreale.
Lo era certamente il paesaggio, quasi certamente quella parte di umanità che si muoveva in sottofondo, attraversandolo, certamente i fantasmi di migliaia di esseri umani che, ai nostri occhi indifferenti, e solo a poche miglia di distanza, ne imbrattavano l’essenza, facendoci precipitare talmente in basso da sembrare umanamente irriconoscibili. Noi. Non certamente loro.
Noi che nel doppio fondo della nostra umanità riusciamo ad occultare valori, princìpi, ideali, secoli e secoli di civiltà, rinnegando i più elementari diritti all’ospitalità, all’accoglienza, alla solidarietà, in nome di un egoismo ostile e minaccioso, che ruggisce e irrompe dentro di noi come una furiosa mareggiata irrazionale, depositando sulla spiaggia i detriti di una
deriva etica e morale di cui siamo, più o meno, tutti responsabili.

 

(Foto di Rocco Rorandelli – Caritas ambrosiana)

 

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Questo viaggio è stato possibile grazie alla dispobilità di Silvia Maraone, Greta Mangiagalli, Marine Corre, Diego Saccora, volontari dell’IPSIA-Acli, che, assieme a pochi altri stanno facendo uno straordinario lavoro di assistenza, educazione e sostegno concreto ai profughi ospitati nei campi di Bihać (Bosnia) e Bogovadja (Serbia). E a Leonardo Barattin, per buona parte del tragitto mio insostituibile compagno di viaggio.

Da sinistra: Daniele Bombardi (responsabile Caritas Italiana nei Balcani), Greta Mangiagalli (volontaria Ipsia), Michele Turzi (volontario Caritas), Silvia Maraone (responsabile Ipsia ONG Acli), volontario bosniaco della Croce Rossa ( Foto IPSIA-Acli / Caritas di Mantova – Dom Borići di Bihać)

 

Vi trasmetto in chiusura alcune righe scritte da Silvia Maraone e attinte dal suo blog, per dare un senso compiuto ad un percorso ideale di vita e di lavoro e per ritrovare, almeno per qualche istante, un brandello di speranza per il futuro.

[…]

Lo so.
Questo blog probabilmente ha sempre avuto un altro taglio. L’ho sempre usato come luogo in cui raccontare la storia attraverso le storie, analizzando, citando fonti, indignandomi anche e polemizzando, ma pur comunque mantenendo una distanza da me stessa.
Ma un blog è anche un diario. Io tra me e me lo definisco il pensatoio di Albus Silente. E sono mesi. Mesi che non scrivo, non ne ho avuto la forza, non è tanto una questione di tempo (il non avere tempo è un alibi), ma una questione che se mi metto a raccontare tutte le storie del campo, devo ri-raccontarmele e invece è più che sufficiente una volta.

Stupri, morte, bastonate, disagio mentale, sofferenza fisica, solitudine, paura, angoscia, ansia, tristezza, rabbia… Ecco cosa sono le storie che raccogliamo ogni giorno, nella normalità delle chiacchiere che facciamo.
Ma forse la vera storia non è quella del Male che emerge. La storia qui, tra questi stati d’animo così cupi, è la capacità del’essere umano di andare avanti lo stesso, cercando la Speranza.
Siamo maledettamente capaci di cadere e rialzarci.

H. donna afghana con due figlie piccole. L’ho ospitata a casa mia per un week end fuori dal campo. Ha voluto pulire casa mia (!) e ha preso in mano l’aspirapolvere. A un certo punto si è fermata e ha detto: erano tre anni che non usavo un aspirapolvere

A. ragazzo iraniano di 15 anni. L’ho ospitato a casa mia, sempre per un week end fuori dal campo. Di notte piange e urla e cerca sua madre.

F. ragazza afghana di 19 anni con due figlie, comprata a 14 anni da un uomo che ha già moglie e nove figli. Pensando che il mio numero fosse quello del ragazzo di cui si è innamorata mi cantava via whatsapp le canzoni in lingua pashtu.

F. ragazzo iraniano, 21 anni. Non capiva perchè i poliziotti bulgari di sera entrassero nella sua camera per picchiarlo, nonostante lui sia cristiano.

Balcani, la rotta dei disperati
      Marzo 2019 

Foto di copertina: Dom Borići di Bihać  (foto di Leonardo Barattin)

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