“BIENNALE TEATRO 2016”, di Cecilia Fortuna

 

da sx Àlex Rigola, direttore Biennale Teatro, Valeria Raimondi e Enrico Castellani di Babilonia Teatri, Paolo Baratta, presidente della Biennale - Foto di Andrea Avezzù
da sx Àlex Rigola, direttore Biennale Teatro, Valeria Raimondi e Enrico Castellani di Babilonia Teatri, Paolo Baratta, presidente della Biennale – Foto di Andrea Avezzù

 

Babilonia Teatri, Leone d’argento a Venezia, con lo spettacolo Pinocchio

“Per la sensibilità nel trattare tematiche complesse senza abusare dei drammi reali degli interpreti. Per un teatro che mostra a noi spettatori una realtà che non sempre è visibile. Per la loro umanità. Per la loro bellezza scenica. Perché sono necessari al mondo del teatro. Perché sono necessari al mondo”. Sono queste le motivazioni, insieme a tante altre, elencate dal direttore della Biennale Teatro Àlex Rigola, per cui la compagnia veronese Babilonia Teatri ha ricevuto il Leone d’argento per l’innovazione. Un incoraggiamento a proseguire un lavoro di sensibilizzazione e condivisione che Valeria Raimondi ed Enrico Castellani hanno condotto attraverso i loro spettacoli. Un teatro “pop” come lo definiscono loro, che vuole arrivare a tutti, emozionando. Raccontano temi quali il razzismo, il lavoro, la dignità della vita avvalendosi di una scrittura ricercata, ritmata, rimata, rap, a volte violenta. Creando uno stile unico, che li contraddistingue, superando le riserve del sistema teatrale proprio con lo spettacolo Pinocchio nel 2015, presentato nella rassegna della Biennale. Sullo sfondo echi e rievocazioni del capolavoro di Collodi, ma in primo piano la storia di tre uomini sopravvissuti al coma, la lunga via della riabilitazione, l’accettazione, il coraggio e la voglia di rivivere. La storia di Pinocchio viene evocata dalle musiche e dalle immagini, creando un cortocircuito con le esperienze vissute dai protagonisti, portando il pubblico alla commozione.

C’è chi grida all’appropriazione, alla compassione, all’intervista pilotata. Ma quello che rimane è la riflessione, e un libro, scritto da uno dei protagonisti, Luigi Ferrarini: La gioia di ri-vivere.

Pinocchio 2 - Foto di Marco Caselli Nirval
Pinocchio – Foto di Marco Caselli Nirval

 

Fabrice Murgia e Le Chagrin des Ogres

Fabrice Murgia è un enfant prodige della scena europea, vincitore nel 2014 del Leone d’Argento alla Biennale Teatro e appena nominato direttore del Teatro Nazionale di Bruxelles. Lo spettacolo “Le Chagrin des Ogres” del 2009 dopo il successo europeo approda a Venezia. Appena lo spettatore entra in sala trova un’inquietante bambina, una sposa-bambola con la voce distorta, come uscita da un film dell’orrore, che lo guida per tutto il tempo nel claustrofobico labirinto iper-tecnologico del regista belga.

Les Chagrin des Ogres
Les Chagrin des Ogres

Nella successione delle scene avvertiamo un flusso di coscienza di due protagonisti adolescenti. La giovane si chiama Letizia e ricorda Natascha Kampusch, la piccola austriaca di dieci anni tenuta segregata dal 1998 al 2006 da Wolfgangh Priklopil per il quale pare avvertire una sorta di sindrome di Stoccolma. Il personaggio maschile invece evoca Sebastian Bosse che a diciotto anni nel 2006 uccise 15 persone nel suo liceo tedesco, ma ci porta alla mente anche i protagonisti delle tante stragi che costellano le cronache degli ultimi anni. La perizia tecnica dei giovanissimi componenti della compagnia Cie Artara esalta la frammentazione del linguaggio e lo spaesamento dei personaggi adolescenti; tra laser e proiezioni la realtà viene compressa, dilatata, deformata portandoci all’interno dell’inconscio contemporaneo.

Il tessuto drammaturgico attinge alla cultura pop e cinematografica, citando film noti e telefilm americani, cronaca e poesia, ammiccando alla realtà quotidiana dello spettatore in bilico tra sorriso ed inquietudine.

 

 

Open doors: gli spettacoli frutto dei laboratori della Biennale Teatro

Tra gli spettacoli proposti dalla biennale teatro vi sono anche le messe in scena che nascono dai giorni di laboratorio tra grandi artisti già noti a livello internazionale e giovani

aspiranti tali. A volte queste performance diventano il seme che maturerà con il tempo, calcando i palchi dei grandi teatri.

 

Fabrice Murgia Open Doors

Il tema del seminario secondo la locandina doveva essere l’emblematica figura di Steve Jobbs, il fondatore della Apple, l’hippie che ha rivoluzionato il mondo del computer e la nostra vita, che ci invitava a pensare in modo diverso, ad essere hungry e foolish. Un altro tema cardine del seminario pare essere stato il romanzo di George Orwell 1984: ogni attore con un breve monologo sottolineava un evento importante di quell’anno.

Il corpo e il volto degli attori veniva proiettato e ingigantito dalla videocamera alle loro spalle in modo che lo spettatore potesse respirare all’unisono con l’interprete, senza perdere la minima sfumatura del suo volto e delle sue inflessioni. Il grande schermo, il doppio dell’attore, pareva divenire un secondo interprete di pari importanza e forza drammaturgica del primo.

Il lavoro del regista belga è sempre aperto alle contaminazioni fra arte scenica ed arte cinematografica, tra nuove tecnologie e antiche sapienze attorali e il tema del seminario è adeguatissimo alla poetica del regista, sensoriale e diretta. Così lo spettatore si trova immerso in un universo dove Utopia e Distopia lottano e convivono simultaneamente mentre ci si interroga sul passato e futuro dell’umanità attraverso il filtro di Orwell mentre attraverso il linguaggio scenico il senso della drammaturgia pare espandersi e offrire a noi spettatori nuovi metodi di comunicazione e di partecipazione, mutando di continuo il senso della visione e dell’accadimento spettacolare.

Il giovane artista pare voler scandagliare la nostra solitudine di uomini sempre connessi e forse spiati da un Grande Fratello, orfani di un senso comune, esseri in continua e contraddittoria evoluzione.

 

 

Open doors Babilonia Teatri

Babilonia Teatri porta alla Biennale 2016 un nuovo modo di intendere il teatro sociale che gli vale un Leone d’Argento che divide il mondo degli artisti che compongono il pubblico della Biennale. C’è chi approva la scelta del direttore Àlex Rigola e del suo premio a chi con il teatro sensibilizza la società e chi critica aspramente la compagnia veronese per aver messo al centro dell’evento scenico una compagnia di diversamente abili facendo spettacolo della loro condizione, dei loro handicap. Gli attori–non attori che danno vita all’evento assieme al regista Enrico Castellani fanno parte della compagnia ZeroFavole, laboratorio, scuola di teatro per l’interazione sociale.

Lo spettacolo crea immagini suggestive e di forte impatto visivo fin dall’inizio dove gli attori si muovono sulle note della colonna sonora del film Rocky e giocano con un pungiball al centro del palcoscenico mentre il regista con un microfono in mano li intervista e cerca di distribuire fra loro i ruoli dei sette film della saga americana. Poi il filo conduttore della drammaturgia si sposta sulla Divina Commedia, sulla cantica del Purgatorio in particolare ma sempre ruotando intorno alle vite degli interpreti con le caratteristiche e peculiarità dei singoli che diventano tessuto narrativo.

Alla fine la cifra stilistica, la poesia della compagnia veronese pare doversi ricercare nella volontà di essere riflessione, medicina e cura del vissuto contemporaneo attraverso l’azzeramento della pratica teatrale tradizionale e la loro scrittura scenica postmoderna, pop, imprevedibile.

 

Open doors Declan Donnellan

Dopo aver assistito a tanta sperimentazione a volte estrema con Declan Donnellan e gli attori usciti dal suo laboratorio, pare essere ritornati nel territorio del teatro classico e ai canoni di una recitazione tradizionale. Il regista londinese ha vinto il Leone d’oro alla carriera per il lavoro svolto assieme a Nick Ormerod e alla compagnia da loro creata, la Cheek by Jowl. Il regista è autore di uno dei più importanti libri sulla pratica attorale apparsi negli ultimi anni, L’attore e il bersaglio, ed è considerato uno degli indiscussi maestri del teatro contemporaneo. Il laboratorio, come ci dice lo stesso regista introducendo lo spettacolo spiegando i canoni del proprio lavoro, verte sullo studio del Macbeth di Shakespeare, di cui vengono restituiti 45 minuti, circa un terzo del testo integrale secondo il maestro, in cui gli attori continuano a muoversi e a dialogare muovendosi fra il pubblico al centro della sala, di continuo costretto a cambiare prospettiva e coinvolto direttamente dagli attori, dalle loro parole, sguardi e gesti. La recitazione è semplice e raffinata, brillante, fluida, viva, lo spettatore contemporaneo può immergersi nel testo e gustarlo appieno nella sua purezza ed essenzialità. Possiamo ammirare la fiducia che il regista ripone nel testo shakespiriano di cui pare conoscere i meandri e gli angoli più nascosti (non a caso ha diretto memorabili allestimenti della Royal Shakespeare Company) e la sua gioia di lavorare con gli attori, liberati da intellettualismi, paure e sovrastrutture. Dopo l’avanguardia talora forzata, con gioia per il cuore si accoglie quella che è forse la sperimentazione più coraggiosa: rendere un testo classico con intelligente semplicità e umorismo, rendendolo vivo ed attuale.

Cecilia Fortuna

Àlex Rigola, Declan Donnellan, Paolo Baratta - foto di Andrea Avezzù
Àlex Rigola, Declan Donnellan, Paolo Baratta – foto di Andrea Avezzù