Carlo Longo – «Non era neanche il mio tipo», commento critico di Luigi Viola

 

          «Non era neanche il mio tipo» è il bel romanzo che Carlo Longo ha voluto regalarci come prova d’esordio, conseguente alla sua lunga, inesausta e vitale passione per la letteratura, la quale trova ora nuovo ardore in una scrittura inedita, irruenta e tormentata.

          Romanzo certamente d’amore perché teatro di un forte e incontenibile travolgimento sentimentale ed anzi di una vera ossessione, ma allo stesso tempo luogo finemente ironico di una visione del mondo nella quale si intrecciano evocazioni letterarie, sensibilità e reminiscenze di una Bildung d’altri tempi, d’antan si direbbe ormai in riferimento alla generazione cui Carlo appartiene, innervata peraltro in un background antropologico, ambientale, sociale che – pur limitandosi qui ad emergere delicatamente dallo sfondo – è lo stesso contraddittorio paesaggio di bonifiche e “de caivi fissi che sconde i monti e lustra i copi” raccontato dai versi di Romano Pascutto dove, tra debole vegetazione, argini fluviali, canali di scolo e brumesteghe autunnali, quando “el sol riva a tera tamisà sul formento morto de fredo”, scorrono calmi, la Livenza e i giorni.

          Un contesto in cui opera ancora tenacemente la tradizione contadina veneta, con la sue furbizie e diffidenze, con il suo orgoglioso conservatorismo, con tutta “la sua crudeltà e i suoi bisogni primari” – come dice Longo – di contro alle innovazioni della società “liberale (e libertaria) e politicamente corretta  post sessantottina”, più una “riverniciatura” che una sostanziale trasformazione, in un confronto e scontro di mondi concettuali in fondo solo apparentemente contrapposti, essendo invece i due lati di una medaglia, che convivono in simbiosi tra loro un po’ come – a dispetto delle profonde diversità – convivono nella “Montagna incantata” Settembrini e Naphta con opposte visioni, fino al duello finale che li vede vincitori e perdenti entrambi, con esiti per certi versi imprevedibili, ma per altri assolutamente coerenti con le premesse.

          Tutto questo sostenuto da una ironia ed autoironia che non abbandonano mai la narrazione.

          Conoscendo Carlo fin dalla giovinezza lo sapevo dotato, ma non potevo ancora immaginare quanto proficuamente egli potesse impiegare nella scrittura tale straordinaria dote, che diventa anche una potente cura per le ferite dell’anima, per il dolore della vita stessa.

          Una venatura umoristica posseduta naturalmente, ma che svela anche significativi echi letterari giunti – almeno in parte – attraverso la tradizione ebraica, non solo letteraria per la verità, di cui Longo si è largamente nutrito. Per mezzo dell’ironia e dello humor noi possiamo riconquistare e riaffermare la forza positiva della vita, capace di riscattarsi dal male, potendoci distaccare e nuovamente essere afferrati nel flusso dell’esistenza, riconvertendo le nostre energie che sembravano dissolte e mantenendo quindi la capacità di sorridere e far sorridere anche davanti alla più drammatica delle realtà.

«Scorrono calmi la Livenza e i giorni»

 

          Un vero dramma sentimentale e del disincanto è quello infatti che viene raccontato dal manoscritto che Marco affida alla lettura di Antonio, con un escamotage narrativo che consente anche al lettore una certa distanza emotiva dagli avvenimenti, che appaiono fissati nel passato con l’effetto di racchiudere in un tempo ben definito della memoria le turbolenze di un linguaggio che, a sua volta, proprio come il personaggio è travolto dagli avvenimenti, si lascia interamente trascinare dal fluire irrefrenabile della coscienza, da una completa adesione della sintassi al parlato e alla vivida immediatezza delle immagini che ne scaturiscono, mentre – diversamente – un registro controllato illumina un secondo tipo di relazione, quella dell’amicizia, ben più duratura e leale, razionale e affidabile, che tuttavia non è per niente confrontabile e neppure ci può impedire di continuare a sbagliare e perderci di fronte alla rovinosa caduta di orizzonte che la tragedia dell’amore finito porta con sé.

          L’esplicita ironia e la tensione intellettuale che nutrono le pagine del romanzo, in bilico tra le spinte irrazionali di Marco e l’equilibrio necessario di Antonio, ci fanno da guida e consentono di evitare la semplice immedesimazione psicologica con conseguente banalizzazione sentimentale, permettendoci di cogliere invece le vicende narrate nella loro esemplarità, come uno dei possibili incidenti della vita di ciascuno, da cui in fondo imparare qualcosa, anche se a prezzo di grande sofferenza e fosse pure semplicemente di scoprire alla fine di tutto di esserci innamorati e aver penato per una persona che non era neppure il nostro tipo, o in generale capire «come alla fine la vita sia soprattutto “originale”».

          Purché lo si faccia al di fuori dei vani pietismi e delle convenzioni, ammettendo che il dolore non solo è ineliminabile ma necessario alla nostra esperienza, che ne rimane costantemente modellata. Ed anche, detto en passant, concedendo che certe verità, per quanto soggettive e discutibili ad enunciarsi, si devono tuttavia manifestare in piena libertà – grande vantaggio dato dall’arte – senza i vincoli del parlare politicamente corretto. Come ad esempio un’idea della donna e un’idea delle stesse classi sociali (ma sarebbe forse più preciso dire dei livelli culturali di appartenenza in quanto generatori di differenze) che stenteranno forse a trovare un immediato consenso, ma che in definitiva sono altrettante cartine di tornasole per riflettere intorno a scomode verità.

          In altre parole, è proprio questa prospettiva disinibita che permette all’autore di avvincere il lettore accompagnandolo nel procelloso racconto di un viaggio verso il naufragio e la fuga, portando nel contempo impietosamente a nudo i ritratti di Ivana e Marco, di cui vediamo limiti, difetti, errori, sofferenze, gioie, illusioni, dolcezze, tradimenti, slanci, rabbie, istintiva violenza, avendo insomma davanti a noi uno specchio paradigmatico delle emozioni, degli impulsi e delle contraddittorie condotte che l’umana natura ci concede e in cui poterci riconoscere.

Luigi Viola

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Carlo Longo è nato a San Stino di Livenza (Venezia). Laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, si dedica successivamente all’azienda agricola che la famiglia possiede dalla fine del 1800. Folgorato dall’amore per la letteratura e in particolare per Marcel Proust, diviene un esperto e appassionato lettore in lingua originale della Recherche. Scrive molto, senza pubblicare, ad eccezione di La vengeance de Marcel, in italiano e francese, per le edizioni Rapport d’Etape. Vive a Treviso nel periodo invernale e a San Stino di Livenza in quello estivo.

 

Luigi Viola, artista visivo, già docente delle Accademie di Belle Arti di Brera Milano e Venezia. Ha insegnato anche alla Scuola di Specializzazione per l’insegnamento dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Fondatore, redattore e collaboratore di numerose riviste d’arte, ha un curriculum artistico di spessore internazionale ed è stato uno dei pionieri della videoarte italiana.

A Venezia ha collaborato per molti anni con la Galleria del Cavallino, sulla cui attività come importante centro di cultura artistica e ricerca tra il 1963 e il 2003 è in corso dal 5 ottobre 2019 fino a febbraio 2020 una esposizione (che comprende anche alcune opere di Luigi Viola) al Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, a cura di Stefano Cecchetto ed altri.

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Carlo Longo, Non era neanche il mio tipo, 2019
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Editore: Clown Bianco Edizioni
Collana: Margini
Data uscita: 31/10/2019
Pagine: 152
Formato: brossura
Lingua: Italiano
EAN:9788894909340
Parole chiave la Feltrinelli:
narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)

Nota
Le foto sono di Luigi Viola

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