CONTROVENTO – Voci, volti e racconti da un centro di accoglienza – Profugo, uomo e fuggitivo tra solitudine e solidarietà, di Diego Lorenzi

Profugo, uomo e fuggitivo tra solitudine e solidarietà

di Diego Lorenzi

Se tu non senti la pena degli altri
non meriti di essere chiamato uomo
(Saari di Shiraz – poeta persiano)

Questo è il titolo di un evento che sarà organizzato in novembre a Treviso, per sensibilizzare un’opinione pubblica disorientata difronte al nuovo fenomeno dell’immigrazione, che spesso non sa (o non vuole) affrontare la difficile sfida del dialogo e di una civile convivenza.

D’altronde, la fuga dalla sofferenza, dalla miseria, dalla guerra o dalla repressione, alimenta un flusso migratorio sempre più massiccio e per alcuni minaccioso, perché obbliga al confronto col “diverso” – soprattutto se di pelle scura – mettendo in discussione antichi e consolidati grovigli di relazioni tra simili, in uno stesso quartiere, in un piccolo paese, in una città, e rivelando le nostre fragilità e spesso l’impossibilità ad accettare qualcuno a noi estraneo per razza, religione, cultura.

E così, sempre più spesso, pensiamo che la disperazione di questi disgraziati non ci riguardi, o tutt’al più che il loro esodo si possa arginare con qualche provvedimento legislativo, come se la questione sociale e umanitaria non ci coinvolgesse come uomini e cittadini di una comunità civile e progredita. O rappresentasse qualche dramma del tutto personale, del tutto privato, del tutto lontano dalla nostra sensibilità di uomini e donne appartenenti ad una civiltà superiore. Un’alterità culturale che striscia da decenni sul selciato della storia, silenziosa e indifferente a qualsiasi richiamo etico, morale, civile, religioso.

Ingresso del Centro per richiedenti asilo di Zerman gestito dalla Cooperativa Hilal – A destra il campo da calcio

Uno squarcio di luce sul mondo reale

Al Centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Zerman (Mogliano Veneto) sono arrivati da pochi giorni alcuni profughi provenienti da alcuni paesi centroafricani: le loro condizioni fisiche e psicologiche sono problematiche. Dopo giorni e giorni di peripezie in mare, dopo un viaggio durato alcuni mesi, un breve soggiorno in un centro di accoglienza siciliano e infine un viaggio estenuante fino a Mogliano Veneto, sembra che alcuni di loro abbiano ceduto alla fatica e alla disperazione.

Affrontano le prime cure degli operatori trascinati solo da un puro istinto di sopravvivenza: qualcuno si contorce dal dolore, qualche altro si accascia su una panchina. Sorseggiano solo un po’ d’acqua, il cibo viene respinto, dopo settimane di lotta e di privazioni è difficile che il corpo abbia un sussulto, un fremito positivo.

Se il dolore non fosse un sentimento da difendere, da proteggere con cura, vorremmo gridare al mondo la sofferenza di questi ragazzi e fare a pezzetti l’insensato e inumano stupidario dei tanti luoghi comuni che affollano la dispensa di cultura razzista che nutre le nostre angosce e le nostra paure.

Prato a sud ovest –  Sullo sfondo il campanile di Zerman – A destra l’orto coltivato ad asparagi

Usciamo all’aria aperta. E’ una mattinata assolata, una delle prime irruzioni dell’estate quasi alle porte. Il Centro è immerso nella quiete della campagna trevigiana, dentro un’oasi verde di invidiabile suggestione e di inviolabile silenzio, rotto solo a tratti dal parlottio multilingue di alcuni ragazzi. Poco lontano, tra gli alberi, svetta il campanile di Zerman. Difficile non pensare ai luoghi ormai remoti della nostra infanzia, o a quelli amati da Giovanni Comisso, che riposano nelle pagine de La mia casa di campagna, o a quelli incantevoli e fatati di Goffredo Parise raccolti alcuni decenni fa in molti racconti, luoghi del cuore e dell’anima veneta più intima ed accogliente e oggi “occupati” dai ragazzi migranti. La terra dei nostri avi, la terra di cui ci siamo sbarazzati in fretta e furia per un’adesione turbolenta e veloce al cosiddetto “progresso”, oggi ritorna in qualche modo a loro, ai ragazzi del nordafrica o delle periferie del mondo.

Un centinaio di metri più in là, presso una struttura mobile, Sara e Marika, due operatrici del Centro addette al servizio psico-pedagogico, attirano l’attenzione dei ragazzi proponendo loro un gioco educativo chiamato “Le avventure di Pinocchio” – che fa parte di un’attività di conversazione psicologica di cui vanno particolarmente fiere -, attraverso il quale vengono affrontati i temi della coscienza, del viaggio e dell’imbroglio, oltre a costituire un validissimo supporto per l’apprendimento della lingua italiana.

I ragazzi del Centro con Marika, a lezione di “educazione psicologica”

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Al di là di un piccolo edificio, attraverso un viottolo si accede ad un orto coltivato da alcune decine di ragazzi, che fa parte di un’esperienza di laboratorio “verde” coordinato da Giorgio, il giardiniere, e da Touria, la mediatrice culturale del Centro di Zerman. Gli ortaggi coltivati saranno utilizzati per preparare molti piatti serviti per il vitto quotidiano.

Di quest’esperienza educativa e formativa parleremo comunque successivamente, ritenendola fondamentale per un’integrazione virtuosa nelle nostre comunità, soprattutto in virtù di uno “scambio” interculturale tra vecchi e nuovi modelli di agricoltura, vecchi e nuovi mestieri. Perché alcuni dei ragazzi ospiti conoscono perfettamente l’arte della coltivazione tradizionale. Chissà che non sia finalmente possibile un cambio di paradigma con il ritorno alla terra delle nuove generazioni del vecchio e del nuovo continente.

L’orto coltivato dai ragazzi del Centro

Veneto felice

E qui ritorna a farsi largo tra il verde traboccante di questo “rifugio” di campagna il richiamo alla terra esaltato da Giovanni Comisso: “Quando non ho altro da fare scendo per prenderne cura (…) ancora mi affatico a vangare e allora capisco che il mio destino è di non potermi liberare dalla terra”.

Ed ancora: “La terra è una vita germinativa regolata da un calore sommerso in rispondente amore con quello irruente e alterno del sole. Cresce questo calore sommerso, tumultua, si affievolisce, si fa profondo, inavvertito sotto al gelo e poi riprende ancora a salire, fino ad affiorare nelle vampanti giornate, quando trema l’aria rasente ai solchi”.

Prato a sud ovest

Come sarebbe bello e utile – anche per tutti noi – che i ragazzi “che vengono dal mare” potessero riprendersi la terra che noi abbiamo abbandonato, per lavorarla e farla fruttare. Per poi ritornare ai loro paesi d’origine e riprendere il cammino interrotto.

Non è un auspicio attinto dal canovaccio di una facile retorica “altruista”, ma una semplice speranza nel potere della natura e dell’uomo di rigenerarsi e rinascere a nuova vita.

Diego Lorenzi
© riproduzione riservata

Foto di copertina: “Le avventure di Pinocchio”, gioco educativo con conversazione

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