CONTROVENTO – Volti, voci e racconti da un centro di accoglienza  – “Profugo, viaggio al termine della notte”, di Diego Lorenzi

PROFUGO, Viaggio al termine della notte
di Diego Lorenzi   

«La razza, ciò che chiami in questo modo, è solo questa grande accozzaglia di poveracci del mio stampo, cisposi, pulciosi, cagoni, che sono cascati qui inseguiti da fame, peste, tumori e freddo, arrivati già vinti dai quattro angoli della terra» (da «Viaggio al termine della notte», di Louis-Ferdinand Céline).

La famiglia Barnett nella tenda improvvisata in cui vivevano a Bakersfield, in California, dove erano arrivati dopo essere scappati dal Dust Bowl (Tempesta di sabbia), 23 luglio 1937 (AP Photo)

ORE 9.30 DEL MATTINO, riflessioni da un centro d’accoglienza per richiedenti asilo, che corre lungo la ferrovia, un mondo binario dove l’integrazione arranca e si viaggia a scartamento ridotto

          Quest’ultimo scorcio invernale italiano si è caratterizzato, oltre che per la consueta querelle sulla «siccità politica» – che possiamo metaforicamente estendere ad ampi livelli, ad iniziare da quello culturale –, dal massiccio battage sociale (irrorato da ampia «gesticolazione» pubblicitaria) del cosiddetto «dispositivo Minniti», in forza del quale i migranti provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana, verranno «trattenuti» nelle prigioni libiche, impedendo loro di avventurarsi nelle acque italiane ed europee, sbarcare e, se va bene, essere accolti dalla rete di protezione nazionale e internazionale (sempre più minacciata).

          Gli accordi tra le autorità italiane e una parte di quelle libiche stanno certamente dando i loro frutti: i profughi stanno diminuendo, la situazione è più rilassata, la grande emergenza sta via via scemando. Ciò nonostante la propaganda razzista continua a picchiare duro, l’intolleranza e l’ostilità non accennano a diminuire, anzi. Gli «utili idioti» digitali martellano quotidianamente le coscienze stremate da anni di guerriglia politica sulla pelle degli «ultimi», dei più disgraziati, con istigazioni all’odio razziale, alla caccia allo straniero. Dagli al profugo!

Da Furore, film di John Ford (1940), la famiglia di Tom Joad durante la Grande Depressione americana (primi anni ’30)       

          Questo contagio da paranoia collettiva è alimentato certamente dai professionisti dell’odio – talvolta anche da molti rappresentanti istituzionali, che soffiano sul fuoco del risentimento xenofobo iniettando il veleno delle menzogne e delle bugie, annidate per bene nello loro cattive coscienze – ma appartiene probabilmente ad un comune sentimento: l’inquietudine, che a sua volta genera diffidenza, rancore, odio sociale; impulsi spesso incontrollati che sfociano poi in violente campagne di stampa contro la cosiddetta «invasione», che tale non è. Basterebbe avere l’onestà intellettuale di leggere attentamente le dimensioni del fenomeno migratorio, rappresentato da un «esodo biblico» di circa 100.000 persone (sbarchi di migranti in Italia nel 2017). Ma la correttezza etica e morale è un lusso che ormai pochi si concedono, come la ricerca del dialogo, del confronto, di una convivenza civile e rispettosa di ogni modo di essere e di pensare. Ma tant’è, questo è lo spirito dei tempi, uno zeitgeist armato dal pregiudizio e dissuaso dalla ragione.

          Così, oggi la persona di colore, come il profugo o lo straniero, è diventata il paravento dietro il quale si nascondono molte delle frustrazioni nutrite da anni di crisi economica e sociale e barattate da molti uomini politici al mercato dell’usato dell’eterno scontento, o vendute a prezzo di saldo al supermercato della paura.

          E mentre in Italia ci si accinge ad allestire il solenne banchetto elettorale sulla pelle dei migranti, nei lager libici si consuma il più subdolo ed incivile dei genocidi, quello cioè perpetrato con l’autorizzazione – quando non con la complicità – delle autorità locali, che hanno delegato a molte bande criminali il controllo del territorio. Tutto questo sotto lo sguardo indifferente dei governi democratici europei e del nostro, costretto tra l’incudine ed il martello, cioè tra due sentimenti contrapposti, l’humanitas e quindi la solidarietà e l’accoglienza e le spietate esigenze di politica interna, che «impongono» talvolta atteggiamenti e disposizioni che sconfinano con l’intolleranza se non con l’inciviltà.

Profughi ebrei negli Stati Uniti

          Ho citato in apertura un’epigrafe tratta da un celebre romanzo dello scrittore francese Céline, per dare il senso di estremo disagio, di crudeltà, di abbandono, insomma di disumanità che accompagna il calvario dei profughi, di tutti i profughi fin dalla notte dei tempi. Non conosciamo i veri sentimenti del controverso scrittore – spesso additato a ragione come «cattivo maestro» – nei confronti dei poveracci che descrive, ma in questo caso le sue pennellate letterarie, provocatorie e decisamente «scorrette», ingrassano magistralmente l’ipocrisia e l’alienazione mentale di tanti cosiddetti benpensanti che indossano – loro sì – le luride casacche del razzismo più infido e malvagio.

          C’è una magnifica ballata di Bruce Springsteen che stamattina intercetta il fluido di coscienza che mi scorre dentro mentre penso e ripenso al destino di questi ragazzi che giocano improvvisando una partita di cricket in un angolo del Centro d’accoglienza: The Ghost Of Tom Joad (Il fantasma di Tom Joad) ispirata al viaggio disperato del personaggio di Furore (capolavoro letterario di John Steinbeck) e della sua famiglia, un vagabondaggio attraverso le praterie dell’Oklahoma, cacciati dalla loro terra e costretti a migrare alla ricerca della Terra promessa lungo la mitica Route 66, carichi di suppellettili e di disperazione.

Dal film Furore di John Ford, profughi in fuga lungo la Route 66

          Ve la propongo, nella speranza che anche solo un brandello di suono o di verso poetico riesca a scuoterci, ad incrociare e a contendersi la nostra umanità perduta. Per ritrovarla intatta.

Diego Lorenzi
© riproduzione riservata

[…] Diceva Tom: “Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
per un lavoro decente, una mano d’aiuto
dovunque qualcuno lotta per essere libero
guardali negli occhi e vedrai me”.

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
assieme al fantasma del vecchio Tom Joad.
(da The Ghost of Tom Joad, Bruce Springsteen, 1995 – trad. di Alessandro Portelli)

 

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