Così lontani, così vicini: “Robert Capa Retrospective” e “Teatro Metropoli”, di Anna Trevisan

Robert Capa | Fotografare la Storia, fotografare le storie

Al Museo Civico di Bassano del Grappa è stata da poco inaugurata in esclusiva italiana la mostra Robert Capa Retrospective. Novantasette fotografie in bianco e nero, modulate in undici sezioni, che immortalano le tappe più significative della storia del «Secolo Breve» secondo Robert Capa: uno dei grandi ed indiscussi maestri della fotografia nonché decano del fotoreportage di guerra. I più grandi conflitti del Novecento – dalla guerra civile spagnola (1936-38) alla Seconda guerra mondiale (1939-45) e la guerra in Indocina (1954) – raccontati con sguardo acuto e penetrante eppure rispettoso, attraverso immagini forti e intense eppure mai sguaiate. Eventi storici dove i soggetti sono anche e soprattutto esseri umani, ritratti con estrema dignità, anche quando sono vittime.

L’esclusiva italiana di questa mostra, tra le più complete ed esaurienti dedicate ad un autore che è assurto a vera e propria “leggenda della fotografia”, regala un valore aggiunto all’appuntamento, come ci ha tenuto a sottolineare con dichiarato orgoglio il Sindaco Riccardo Poletto durante la conferenza stampa inaugurale.

Il fatto che le fotografie di Robert Capa – «grande interprete e narratore del Novecento» – siano nate non su commissione di musei d’arte ma di testate giornalistiche e che però oggi trovino casa tra opere d’arte, rende questa esposizione ancora più significativa, come ha osservato l’Assessore alla Cultura Giovanni Cunico. In questo evento espositivo Cunico ha ravvisato anche un’importante occasione per tornare ad interrogarsi sul tema dell’etica dell’informazione oggi, in tempi in cui, grazie alle tecnologie digitali, a fotografare la guerra non sono più soltanto professionisti ma anche e sempre più spesso persone comuni.

«Fotografare l’orrore è difficile quanto fotografare la bellezza» – ha detto la direttrice del Museo Civico e co-curatrice della mostra, Chiara Casarin. Ecco perché quando si è trattato di decidere quale autore ospitare la scelta è caduta proprio su Robert Capa. «Oggi le fotografie di guerra sono violente ed irrispettose» – ha puntualizzato la direttrice – «Robert Capa, invece, ci ha insegnato che [è possibile fare] il contrario. Ha documentato i conflitti del Novecento con rispetto e con occhio dignitoso, sempre attento all’eleganza formale dell’immagine». I suoi scatti non sono semplicemente «immagini di eventi»: sono «eventi», sono «icone».

Robert Capa photographed by Ruth Orkin, Paris,
1951 © Ruth Orkin, courtesy Magnum Photos

«Una leggenda credibile». Lo ha definito così Denis Curti, co-curatore della mostra e direttore artistico della Casa dei Tre Oci di Venezia, scegliendo intenzionalmente un ossimoro per raccontare in sintesi la vita e le opere del grande fotografo, del quale ha voluto ricordare anche alcuni dei gustosi aneddoti e degli episodi romanzeschi che contribuirono a farne un mito. Con pennellate veloci, Denis Curti ci ha restituito il ritratto di un uomo dalla vita intensa e sregolata: scommettitore e giocatore di poker, grande bevitore, amico di personaggi come Ernest Hemingway, John Steinbeck, Ingrid Bergman. Di lui tutto, fin dagli esordi della sua carriera professionale, è in bilico tra verità e finzione, tra realtà e leggenda. A partire dal suo nome, pseudonimo di Endre Friedmann, inventato insieme alla compagna Gerda Taro. Di lui si è detto tutto e il contrario di tutto. Se il fatto che i suoi celebri scatti del D Day siano «leggermente fuori fuoco» – come recita anche il titolo dell’omonima autobiografia – si debba imputare alla negligenza di un tecnico durante le procedure di sviluppo e di stampa, o se sia invece colpa di un tremante Robert Capa non lo sapremo mai. Ma insieme ai dubbi restano anche e soprattutto le sue immortali fotografie.

US troops assault Omaha Beach during the D-Day landings, Normandy, France, June 6, 1944 – © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

A presentare la mostra in conferenza stampa anche Andréa Holzherr, Global Exhibitions Manager della Magnum Photos, l’agenzia fotografica per antonomasia che Robert Capa fondò settant’anni fa insieme all’amico e sodale Henry Cartier Bresson. «Robert Capa non è nato fotografo» – ha puntualizzato Holzherr, ricordando che Capa era un emigrato ungherese di origine ebrea che, obbligato alla fuga da Berlino nel 1933, riparò poi in Francia, pur non parlando una sola parola di francese. «Il mito di Robert Capa è nato da un ragazzo che aveva conosciuto la povertà e la miseria e che si è dovuto reinventare la sua stessa vita» – ha affermato la Holzherr – «Capa non inventò solo se stesso ma anche un nuovo mestiere: quello del fotografo di guerra».

Le «microstorie informali» di Isolab

© Giovanni Pancino, New York

Poco distante dal Museo Civico, nel suggestivo spazio della Torre delle Grazie, di recente restaurata e riaperta al pubblico, cinque giovani autori raccontano le città e le metropoli del mondo. Globetrotters e testimoni oculari della povertà sociale di oggi, mappata e immortalata in fotografie che hanno la vivezza delle istantanee eppure il rigore formale di pose attentamente studiate. In bianco e nero oppure a colori, con toni lirici oppure prosaici, con contrasti sentimentali e ombrosi oppure con nitore luminoso e straniante, i cinque autori di «Isolab» hanno ritratto non conflitti armati ma conflitti sociali, culturali, spirituali. Al rumore e al fragore dei combattimenti, preferiscono il silenzio assordante delle periferie (Nordest Graffiti di Nicola Mazzuia) o dei loro «non luoghi», dove la poesia sopravvive grazie allo sguardo del testimone (Corpi Urbani di Giovanni Pancino). Agli scatti della guerra osservata in prima linea preferiscono la ricerca dietro le quinte di un disorientato, struggente folklore e di una tradizione resa opaca dalla storia recente (Mexico D.F. di Silvia Puppini); di un’algida e artificiale desolazione urbana e umana (Città di Frontiere di Chiara Ferronato); di una fragilità identitaria legata alla storia coloniale (Hong Kong di Teresa Sartore).

© Silvia Puppini, Mexico D.F.

Non a caccia di eventi spettacolari ma di «microstorie informali» che – parafrasando la frase della sociologa Saskia Sassen, espressamente citata dal collettivo – «ci sono e cambiano la società». Qualsiasi cosa questo significhi, se la sparizione dell’umanità o piuttosto un suo nuovo albore, l’eredità di Robert Capa sta forse in quell’invito, nascosto in ognuna delle loro fotografie, a restare, per favore, umani.

Anna Trevisan
© riproduzione riservata

Foto di copertina: Children playing in the snow, Hankou, China, March 1938 – © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Robert Capa. Retrospective
Museo Civico di Bassano del Grappa
16 settembre 2017 – 22 gennaio 2018

Teatro-Metropoli
Torre delle Grazie di Bassano del Grappa
16 settembre – 5 novembre 2017
Mostra collettiva a cura di ISOLAB – Centro di ricerca fotografica
Foto di Nicola Mazzuia, Chiara Ferronato, Giovanni Pancino, Teresa Sartore e Silvia Puppini

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