Editions (of) Contemporary Music (ECM) – Seconda parte, di Antonio D’Este

Editions (of) Contemporary Music (ECM) – Seconda parte
di Antonio D’Este

Compositore e sassofonista nato a Mysen (Norvegia) nel 1947, Jan Garbarek è stato indubbiamente uno degli artisti di punta di buona parte dell’attività Ecm in un periodo che, tra intervalli di diversa durata, si è sviluppato dalla fine degli anni ‘60 fino al periodo contemporaneo. Dopo un interessante esordio avvenuto nel 1969 (Esoteric Circle) per l’etichetta Freedom Records di George Russell, approda all’ECM nel ‘71 con Afric Pepperbird. Una buona definizione concettuale del suo lavoro ha avuto modo di darla lui stesso: «Fit the tone, texture and temperament of the music. It’s about finding a common language». Nel concreto, questo approccio si è manifestato in modo persistente lungo l’arco pressoché globale delle sue opere che attraverso una lunga serie di collaborazioni, ibridazioni spesso ai confini tra jazz, tradizioni etniche e sperimentazioni di diversa natura, lo hanno portato a divenire una figura di riferimento sia nel panorama dell’etichetta tedesca che nello scenario internazionale, ed in particolar modo europeo.

Jan Garbarek

La sua attività, costellata di numerosi documenti e testimonianze, è documentabile in diverse opere di alto valore. Indicarne alcune in questa sede credo sia utile per comprendere come le sue transizioni nel corso degli anni abbiano mostrato, almeno fino all’inizio del nuovo millennio, una costante evoluzione ed integrazione di diversi elementi nel suo approccio all’arte. In questo senso individuerei senz’altro Witchi-tai-to del 1974 ed il già citato in precedenza Dis (realizzato in collaborazione con Ralph Towner), pubblicato nel 1977. In questi lavori, pur nella loro estrema diversità tematica, la tendenza ad una ampia ricerca intesa al recupero di forme folcloristiche o etniche è piuttosto accentuata, specialmente nella rarefazione sonora che contraddistingue il secondo di questi episodi. In veste di ospite insieme a Jon Christensen ed Eberhard Weber alla sezione ritmica, Garbarek compare poi in una riuscita opera del 1975 di Ralph Towner intitolata Solstice. È del 1981 invece Eventyr, dove le presenze del percussionista brasiliano Nana Vasconcelos e di John Abercrombie alla chitarra e mandolino producono effetti di maggior coinvolgimento soprattutto sotto l’aspetto ritmico, mantenendo tuttavia vivo il legame con le radici delle tradizioni folk nordiche. Vi saranno tuttavia ulteriori occasioni per rinfocolare il suo interesse per gli aspetti legati al folklorismo scandinavo in episodi e lavori che vedranno la luce più avanti.

Mari Boine Persen

È il caso delle collaborazioni con le cantanti/vocalist Mari Boine Persen (Norvegia, 1956) in Gula Gula e Agnes Buen Garnas (Norvegia, 1946). Con quest’ultima verrà pubblicato nel 1989 un lavoro volto al recupero di canzoni medievali norvegesi intitolato Rosensfole. Tra le opere di particolare rilievo del sassofonista scandinavo va citato indubbiamente anche All those born with wings del 1987. Qui, in completa solitudine – sebbene con l’aiuto di sovraincisioni – Garbarek esplora le possibilità timbriche ed espressive del suo strumento in un contesto in cui lo spazio dilatato delle composizioni genera una prospettiva visionaria in uno scenario figurativamente profondo e per certi versi, espressivamente onirico. Tuttavia, per una migliore illuminazione sul suo lavoro ed un ascolto consapevole sul periodo più qualitativamente prolifico e creativo dell’artista norvegese, suggerirei alcuni titoli che vedono la luce, seppur non continuativamente: Wayfarer (1983), Legend of the seven dreams (1988), I took up the runes (1990) ed il doppio Rites del 1998. In It’s ok to listen to the gray voice del 1984, poi, comparirà alla chitarra anche David Torn di cui si tratterà più avanti.

In questo comunque non esaustivo elenco di titoli va infine segnalata la pubblicazione di una trilogia di opere di particolare interesse per l’origine e l’oggetto dei progetti intrapresi e che si sono succeduti in diversi momenti temporali. Si tratta di tre notevoli lavori realizzati con il gruppo vocale Hilliard Ensemble, quartetto britannico dedito alla riscoperta ed attualizzazione di musiche e canti antichi, con il quale Garbarek ha pubblicato Officium (1994), Mnemosyne (1999) e Officium Novum (2010).

Bill Frisell

Chitarrista nato a Baltimora nel 1951 e messosi in luce fin dai tardi anni ‘70, Bill Frisell rappresenta una delle voci chitarristiche più interessanti apparse dall’ultimo scorcio del secolo trascorso. Musicista versatile ed estroso, nell’arco di una attività ormai quasi quarantennale, Frisell si è confrontato con una apprezzabile varietà di generi, stili e musicisti di diversa estrazione, caratterizzando il suono del suo strumento con sonorità piuttosto insolite e curiose, diventando spesso punto di riferimento per le nuove generazioni di chitarristi apparsi nelle decadi più recenti. Nella sua lunga discografia vanno segnalate alcune cose piuttosto interessanti, partendo dalle sue prime significative uscite, pubblicate tutte nel 1982: Molde Concert di Arild Andersen, Psalm, in quintetto con la Paul Motian Band e Paths, Prints con Jan Garbarek. Parimenti interessante è il suo contributo presente nell’album Fluid Rustle di Eberhard Weber (1979), in cui Frisell, in un episodio, suona anche la balalaika.
Il suo primo lavoro ufficiale con ECM, In Line, vedrà invece la luce nel 1983. Qui, avvalendosi delle tecniche di sovraincisione multipla di chitarre, Frisell evidenzierà una serie di episodi segnati da una modalità procedurale volta ad un suono tenue, spesso soffuso e riverberato, con toni morbidi ed avvolgenti. Questo, grazie ad una serie di textures realizzate seguendo un percorso di trame visionarie esposte con sottili sfumature espressive . È accompagnato, solo in alcuni pezzi, dal contrabbassista Arild Andersen.

Arild Andersen

L’anno successivo, in una diversa situazione e con altra formazione, verrà pubblicato Rambler. Frisell si muove qui in altre direzioni, in modo più frastagliato, a volte «free», talora vicino a certe forme di jazz contemporaneo dell’epoca, circondandosi di musicisti di valore come Jerome Harris, Kenny Wheeler e Paul Motian. In alcune tracce è presente qui anche l’uso di un guitar synthesizer – allora agli albori della sua tecnologia − per arricchire la sua paletta di colori. L’episodio che dà il titolo alla raccolta – come anche in When we go – resta memorabile per alcune suggestioni da «marching band» di frontiera e per l’umore piacevolmente folkloristico e arioso che caratterizza la struttura del pezzo stesso. Nel periodo successivo, con Joey Baron, Kermit Driscoll e Hank Roberts, Frisell darà vita al gruppo «The Bill Frisell Band» con cui porterà la sua musica verso altre direzioni, cambiando poi costantemente e con una certa frequenza anche l’organico dei suoi gruppi negli anni a venire.
Per chi volesse avvicinarsi al chitarrista di Baltimora e alla sua evoluzione stilistica, va detto che a tutta prima potrebbe risultare difficoltoso l’ascolto tra i diversi e contrastanti moduli espressivi sviluppati da Frisell negli anni. Non sarebbe infatti da escludere un possibile disorientamento dell’ascoltatore data l’estrema variabilità degli stessi. Anche lo stile chitarristico subirà delle variazioni sensibili a seconda dei progetti che via via prenderanno forma. Frisell, tra l’altro, non registrerà le sue opere solo su Ecm, ma le realizzerà anche per altre etichette, Elektra, Nonesuch, Savoy, per una distribuzione, almeno nel primo periodo, intesa in modo forse più estesa e capillare.

Bill Frisell e Thomas Morgan

In questa sede, credo vadano annoverate le cose che ha pubblicato nel periodo che va principalmente dal 1983 al 1994, sebbene la sua produzione sia molto più vasta e l’artista sia tornato a registrare su ECM a suo nome solo dal 2017, in collaborazione col giovane contrabbassista americano Thomas Morgan. Indicherei quindi in particolare Lookout for hope (1987), e Before We Were Born (1989). Utili a seguire l’evoluzione del chitarrista americano sono anche gli album Is That You?, Where in the World ?, Have a Little Faith e This Land pubblicati tra il 1990 ed il 1994.
Va infine menzionata anche una parte della sua attività dedicata, tra gli anni ‘80 e ‘90, alla formazione in trio con Paul Motian e Joe Lovano (trio discendente da un quintetto che includeva in origine anche Billy Drewes e Ed Schuller) che ha prodotto diversi interessanti album; su tutti It should’ve happened a long time ago del 1985. Non meno interessante la lunga collaborazione con John Zorn e la parallela formazione Naked City protrattasi dal 1986 al 2002. A questo proposito, credo risulterebbe illuminante in particolar modo l’ascolto di Spillane, del 1987. Frisell, per inciso, appare anche nel primo lavoro omonimo di Lyle Mays nel 1986.

Steve Tibbetts

Nell’esplorazione degli orizzonti chitarristici contemporanei e dei paesaggi sonori ad essi correlati, un posto particolare lo occupa senz’altro anche Steve Tibbetts. Chitarrista nativo del Minnesota (St. Paul, 1954), Tibbetts ha esordito in ECM con un lavoro, Northern Song (1982), in cui il ruolo e gli utilizzi tradizionali della chitarra vengono concepiti e definiti essenzialmente sotto un profilo sperimentale/ritmico. In coppia con il percussionista Marc Anderson, Tibbetts elabora le sue strutture compositive e gli usi della chitarra in uno scenario fortemente visionario ed atipico. Questo procedimento, si mostrerà più avanti in una alternanza di scelte strumentali che si indirizzeranno sia verso la dimensione acustica che quella elettrica. Il suo personalissimo percorso concretizzatosi nella pubblicazione di 8 lavori pubblicati dall’etichetta monacense tra il 1982 ed il 2010, verrà realizzato anche attraverso l’utilizzo di formazioni più allargate e all’uso, in seguito, anche di strumentazioni elettroniche.
In virtù del suo lavoro di progressivo avvicinamento alle filosofie orientali, Tibbetts verrà anche definito in seguito «Zen guitarist» per le direzioni implicite alle sue opere, sempre ricchissime di variegati impulsi armonici e ritmici imperniati idealmente su quelle filosofie e concetti mistici. Non mancheranno in questo percorso vivaci ed originali improvvisazioni. Credo ci si possa fare una buona idea delle sue complesse composizioni ascoltando alcuni episodi significativi della sua discografia soprattutto in album come The Fall of Us All del 1994, A Man About a Horse del 2002 ed il più rarefatto ed introspettivo Natural Causes, pubblicato nel 2010.

Steve Tibbetts, A Man About a Horse (2002)

L’ECM, nel corso di una lunga storia e serie di pubblicazioni che si stanno protraendo da quasi 50 anni, ha indubbiamente concepito e realizzato un vasto repertorio di tendenze e musiche originali, spesso in modo coraggioso e lontano dal cosiddetto mainstream, rinnovando o reinventando in questo modo anche il linguaggio originario del jazz ed arricchendolo di nuove idee, spunti e sviluppi. Spesso, quest’ultimo aspetto si è manifestato progredendo in direzioni e caratteristiche piuttosto diverse da come parallelamente le nuove contaminazioni del jazz andavano muovendosi in USA ed in altre aree. In questa ottica, credo vada dato atto all’etichetta e ad alcuni dei suoi musicisti di aver dato nuova luce e vigore anche alle partiture, rielaborazioni o esecuzioni di musiche antiche o folcloristiche nella loro rivisitazione, rinnovando così la curiosità e l’interesse verso questi aspetti della musica così spesso trascurati o dimenticati nel periodo più recente.
Con questi presupposti è stata indubbiamente lodevole anche la promozione di artisti relativamente giovani e relativamente sconosciuti che, pur privi di comodi echi mediatici, hanno saputo spesso creare opere di grande interesse culturale. Molti di questi artisti, come del resto alcuni di quelli storici e legati da lungo tempo all’etichetta di Monaco di Baviera non sono stati citati in questa trattazione, ma credo sia doveroso menzionarne qui alcuni di essi, rendendo merito sia al loro lavoro che a quello di Manfred Eicher.

John Abercrombie

Non credo infatti siano trascurabili nomi come quello di John Abercrombie, recentemente scomparso, autore di un notevole lavoro del 1975, Timeless e di altri rimarchevoli progetti nel corso dei decenni seguenti. Ricorderei soprattutto Characters (1978), Sargasso Sea (1976, con Ralph Towner ) e M, con il suo quartetto, del 1980. Ma è interessante anche l’opera di David Darling, violoncellista statunitense del ‘41. Tra i tanti meritevoli, un episodio sicuramente degno di attenzione è Cycles, pubblicato nel 1982 con una selezione di ospiti piuttosto importanti. Non di meno è da ricordare l’evocativo Dark Wood, in solo sovrainciso, del 1995.
Non è trascurabile nemmeno la grande levatura artistica del dotatissimo chitarrista/pianista brasiliano Egberto Gismonti (1947), autore di opere in bilico tra la tradizione sudamericana più sanguigna e le forme più evolute di moderna contaminazione jazzistica. Nella sua lunga discografia vanno almeno citati il doppio Sanfona (1981) e Infancia (1990).
È degno di nota il lavoro, poi, in tempi più recenti, di Nils Petter Molvaer (Norvegia, 1960). Musicista emerso dal nucleo dei Masqualero, formazione scandinava che ha inciso 3 album per Ecm pubblicati tra il 1986 ed il 1991, il trombettista norvegese si è distinto in una ricerca volta alla scrittura di composizioni dalle forti connotazioni ritmiche e realizzata con estesi trattamenti elettronici, anche nell’atipico uso del suo strumento. Anche qui, e specialmente nel primo lavoro, vi è una marcata correlazione tra le derivazioni etniche implicite ai suoi metodi compositivi e lo sviluppo tematico in ambiti elettronico/sperimentali. Nel suo stile strumentale è percepibile anche una certa affinità con le sonorità prodotte da Jon Hassell negli anni precedenti, caratteristica comune peraltro anche ad un altro interessante trombettista norvegese, Arve Henriksen. Di Molvaer vale la pena l’ascolto almeno del suo primo lavoro, Khmer, del 1997 e a seguire, di Solid Ether (2000). Il trombettista norvegese poi lascerà l’etichetta tedesca producendo almeno altri due lavori interessanti, NP3 nel 2002 e Streamer nel 2004. Per Henriksen, si rimanda all’ascolto, relativamente ad Ecm, di Cartography, 2010.

Nils Petter Molvaer

La figura di David Torn, per l’importanza del suo contributo al rinnovamento del linguaggio associato alla chitarra contemporanea, credo meriterebbe un capitolo a sé stante. Messosi in luce con la Everyman Band con due album nel 1982/85 (di cui uno su ECM), David Torn (Amityville, 1953)  pubblica il suo primo lavoro Best laid plans nel 1984, ma è con Cloud About Mercury del 1986 che realizza una delle sue opere più memorabili. I suoi concetti spesso rivoluzionari in ambito armonico e ritmico, grazie ad un indovinato mix di musicisti provenienti da diverse aree musicali, Bill Bruford, Mark Isham e Tony Levin in questo lavoro e più tardi Tim Berne, produrranno nel tempo una singolare commistione di stili, sonorità, soluzioni ritmiche ed improvvisazioni del tutto originali.
Negli anni a seguire le sue creazioni multiformi tenderanno a divenire sempre più complesse ed articolate, fino ad arrivare ad inglobare elementi del noise e di derivazione free jazz. Nel corso della sua attività fino ad oggi, Torn rivoluzionerà infatti più volte il suo approccio singolare, versatile e futuristico alla chitarra ed alla materia musicale e verrà chiamato a collaborare anche ad alcuni progetti di Jan Garbarek (It’s ok to listen to the gray voice, 1985) e di David Sylvian (Secrets of the Beehive, 1987). Lavori importanti a suo nome – sebbene non su Ecm – sono da considerarsi anche Tripping over God del 1995 e What means solid, traveller? del 1996. Le sue notevoli sperimentazioni, dopo un lungo ed articolato percorso personale disseminato di molti lavori, lo ricongiungeranno all’etichetta di Monaco nel 2015 con un intenso e visionario album intitolato Only Sky.

David Torn

Un artista che infine credo valga la pena di segnalare tra quelli più recentemente apparsi nel catalogo Ecm è Nik Bärtsch. Pianista e compositore nato a Zurigo nel 1971, Bärtsch con la sua formazione essenzialmente acustica denominata «Ronin», ha intrapreso dal 2006 un progetto di indagine, studio ed applicazione sulla progressione graduale delle strutture ritmiche attraverso un metodo particolarissimo e minimale. Per mezzo di un lavoro minuzioso e preciso innervato spesso di fini sottigliezze, Bärtsch esplora in modo insolito metodi compositivi che possono ricordare, anche se in diverso ambito, il lavoro di ricerca in questo senso svolto per decenni da Steve Reich, ma in una chiave più contemporanea e moderna. Le apparentemente rigide ed ipnotiche scansioni ritmiche tipiche del suo lavoro rivelano nel loro procedere dei leggeri e a volte impercettibili shifts in un ristretto spazio armonico, dando luogo talvolta a situazioni di moderate e contenute improvvisazioni di matrice jazzistica. A corredo della filosofia sonora di Bärtsch, credo sia essenziale suggerire l’ascolto di almeno due dei suoi 5 titoli a tutt’oggi pubblicati dall’etichetta di Monaco, a cominciare da Holon ( 2008 ) e soprattutto il doppio Live pubblicato nel 2012, registrato durante alcuni concerti in diverse locations europe, e nei quali maggiormente emerge l’energia e la singolare dimensione in cui si muove il pianista svizzero con il suo gruppo. L’ultima sua pubblicazione Continuum avvenuta nel 2016, lo vede sotto la denominazione Nik Bärtsch’s Mobile ed è stata realizzata con l’aggiunta di un quintetto d’archi.

Nik Bärtsch’s Mobile

A conclusione della trattazione fin qui esposta e sebbene molti dei nuovi nomi emersi i recentemente in casa Ecm siano stati omessi, resta naturalmente l’auspicio per una ancora lunga e proficua attività dell’etichetta tedesca. Essa, in un arco temporale di quasi mezzo secolo, è stata senza dubbio in grado di fornire importanti impulsi e documenti indirizzati alla ricerca, all’evoluzione e all’ascolto di diversi linguaggi musicali atti ad ampliare prospettive non necessariamente legate a matrici esclusivamente jazzistiche, e suggerendo a più riprese nuove vie da seguire nell’esplorazione possibile del panorama contemporaneo. Qualità e vocazioni queste, che sembrano essere ancora ben presenti nelle scelte artistiche che da sempre caratterizzano la politica dell’etichetta di Monaco. E questo soprattutto in virtù della visione artistica e lungimiranza di Manfred Eicher.

Antonio D’Este
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2 pensieri su “Editions (of) Contemporary Music (ECM) – Seconda parte, di Antonio D’Este

  1. L’articolo di D’Este chiude assai pregevolmente il discorso sulla ECM, indicando artisti e album che, dentro o fuori l’etichetta, hanno segnato tappe importantissime e suggestive nella musica contemporanea. Molti, ovviamente, semisconosciuti al grande pubblico, ma in grado di percorrere strade fascinose e, in diversi casi, toccanti. Mi permetto, se D’Este me lo consente, di aggiungere qualche altro titolo, oltre a quelli di certo fondamentali da lui citati. Si tratta di album, comunque, che stanno particolarmente a cuore al sottoscritto e non è detto che siano più importanti o significativi di quelli che lui ha indicato, sui quali – relativamente a quelli che conosco – mi trovo assolutamente d’accordo con i suoi giudizi. Garbarek lo conobbi, discograficamente parlando, attraverso il suo Luminessence, lavoro orchestrale di Keith Jarrett cui il saxofonista contribuì con improvvisazioni di forte impatto lirico-emotivo; un album, per me, indimenticabile, così come Door X, di Torn, e il già citato Before We Were Born, di Frisell. Di Tibbetts, così ben presentato da D’Este, aggiungerei Safe Journey e Exploded View, molto diversi tra loro, ma mirabilmente concepiti. Sono affezionato – quindi non imparziale – a Getting There, di Abercrombie.
    Ma, al di là di tutto, mi fa immensamente piacere che argomenti di questo genere siano affrontati col rigore tecnico-critico che meritano da chi, come D’Este, ne conosce gli elementi costitutivi alla perfezione. Chi, da neofita, volesse avventurarsi in mezzo secolo di produzioni sonore, può affidarsi alla sua indubitabile competenza e alla sincera passione che animano la sua penna.

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