Emilio Vedova fra Venezia e Milano, di Riccardo Caldura

Emilio Vedova, Absurdes Berliner Tagebuch (in primo piano), Palazzo Reale, Milano

 

          Si è chiusa il 9 febbraio 2020 la grande mostra Emilio Vedova a Palazzo Reale, a cura di Germano Celant, realizzata grazie alla collaborazione fra il Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. Nella grande Sala delle Cariatidi, con un importante allestimento dello studio Alvisi Kirimoto, una parete di 30 metri di lunghezza e 5 metri di altezza, sono state esposte una settantina di opere di grandi e grandissime dimensioni, per poter evidenziare due nuclei della produzione di Vedova, quello degli anni Sessanta e quello degli anni Ottanta. È stato nuovamente mostrato nella sua completezza anche l’Absurdes Berliner Tagebuch presentato nel 1964 a Documenta III. Si tratta di sette plurimi distribuiti nello spazio e sospesi dall’alto che costituiscono, insieme al grande Spazio/Plurimo/Luce di Montreal, nel 1967 per l’Expo Universale, le più significative e sorprendenti testimonianze della produzione dell’artista in quel decennio che si era aperto con il Gran Premio alla Pittura alla Biennale di Venezia del 1960.

Emilio Vedova, Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano: allestimento (2019)

          Grazie all’allestimento nella Sala delle Cariatidi, proprio i grandi elementi spaziali che hanno contraddistinto la ricerca di Vedova emergevano con grande forza. Se gli anni Sessanta sono contraddistinti dalle lacerazioni, dalle forme acuminate, dagli equilibri precari dei Plurimi, gli anni Ottanta, sono contraddistinti invece da un’altra modalità della relazione fra opera e spazio declinata nelle grandi forme circolari dei Dischi, dei Tondi. La grande parete che divideva la sala milanese, ha permesso anche l’esposizione di opere storiche su tela, di ampie dimensioni, autentici campi di energia per l’azione di quell’inequivocabile gesto segno che è proprio dell’artista, così legato all’intensità di un rapporto corporeo, fisico, con la materia e la superficie. Questo particolare approccio alla tela si mantiene lungo tutto il percorso di Vedova, è il suo modo di esprimersi, e, semmai, è compito da affidare all’osservatore attento poter comprendere cosa avvenga nei decenni entro quel particolare modo di dipingere, nelle pieghe di un gesto segno che cancella e ricompone nello stesso tempo una possibilità per la pittura.

Emilio Vedova, Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano: allestimento (2019)

          Ma è nella dimensione spaziale, ed è stato uno dei non pochi meriti della mostra milanese, che è forse più avvertibile il cambio, o meglio l’evoluzione, per linee interne, della poetica di Vedova. La spazialità dei Plurimi è un protendersi verso lo spettatore, come se la tela, o meglio la superficie dipinta, venisse letteralmente costretta, pur non perdendo la sua originaria bidimensionalità, ad estendersi per ‘stare’ nello spazio, letteralmente per occuparlo, non accontentandosi più del solo ambito canonico della parete. Il plurimo è animato dall’urgenza di entrare, senza troppi complimenti, nello spazio reale, come sarà evidente sia nel 1964 che nel 1967: le proiezioni dello Spazio/Plurimo/Luce immergeranno gli spettatori in una sorta di grande caleidoscopio di luci in movimento. Il problema dello spazio per Vedova sembra rappresentare il quantum, per esprimersi con le sue parole, della relazione fra il pittore e la realtà, fra le tensioni del suo tempo e il modo che ha l’artista di assorbirle e restituirle trasformate. Negli anni Sessanta le tensioni sociali del tempo sono particolarmente acute e l’artista vi partecipa esplorando il modo di coinvolgere il più possibile in un processo dinamico di riflessione lo stesso spettatore. L’opera provoca, entra nel merito delle questioni, letteralmente crea inciampo al pensiero comune su quale sia il ruolo dell’artista e il posto dell’opera. In questo senso, la relazione fra Vedova e Nono, per Intolleranza ’60, ha rappresentato un’occasione di grande rilievo per comprendere come trasformare il rapporto con il pubblico. Gli anni Ottanta sono segnati invece da un cambio generale di temperatura politica e sociale, non sono più gli anni della protesta ubiquitaria, dell’ ‘affermazione della rottura’ (M.Blanchot), piuttosto sono quelli di un riflusso (post o anti-ideologico) anche come reazione alle dolentissime derive terroristiche che hanno segnato l’Italia degli anni di piombo.

Il prof. Martino Scavezzon  dell’Accademia di Belle Arti di Venezia con alcuni studenti

          Vedova, sensibile sismografo del suo tempo, avverte il cambio in atto, da cui la necessità di un ritorno alla concentrazione dello studio, nel proprio ambiente di lavoro, per poter ripartire e andare Oltre, titolo che marca la produzione tridimensionale di quegli anni. Si tratta, negli anni Ottanta, di un altro modo di ‘stare’ dell’opera nello spazio, ora non più pensato come luogo di un agone socio-politico, ma campo vastissimo di forze e tensioni mondane non meno che cosmiche, ed è questa nuova apertura a generare quegli straordinari planetari costituiti da forme circolari che possiamo immaginare rotanti sul loro perno invisibile, che le àncora appena alla superficie, o muoversi, scivolando lungo le loro imprevedibili orbite. La questione dello spazio, del rapporto con il proprio tempo, e dunque con la realtà, emergono chiaramente in un altro genere di attività che accompagna per decenni la ricerca di Vedova: quella didattica, cioè la trasmissibilità e la comunicazione ad un pubblico particolarissimo, quello degli artisti in formazione, della propria visione e concezione dell’opera e del compito dell’artista. La didattica non è un ‘in più’ per Vedova, costituisce l’ambito della trasmissibilità selettiva delle proprie intuizioni formali, compresa la rilettura della storia dell’arte, e in particolare quella delle avanguardie storiche, non per generare epigoni, ma per richiamare l’attenzione sul processo di consapevolezza, di presa di coscienza, che è necessario onde poter dar forma alla propria sensibilità, soprattutto per coloro che si accingono ad intraprendere un percorso nell’arte. Vedova, come è noto, è stato un autodidatta, il che non gli ha impedito, anzi, di diventare un docente di grande rilievo, dalle conferenze e lezioni americane dei primi anni Sessanta, proseguendo nella reiterata attività didattica alla Sommerakademie di Salisburgo, e infine tenendo il corso Pittura oggi per undici anni all’Accademia di Belle Arti di Venezia (dal 1975 al 1986). A questi aspetti è stato dedicato il convegno di due giornate Emilio Vedova 1919-2019. Arte, didattica, impegno civile, tenutosi nell’aula magna dell’Accademia il 19 e 20 dicembre scorsi, con una decina di relatori e di cui sono in corso di redazione gli atti.

Accademia di Belle Arti di Venezia: aula magna gremita di studenti in occasione del convegno del dicembre scorso su Emilio Vedova

          Un convegno particolarmente utile per fare il punto sugli inizi dell’attività di Vedova, sulla sua relazione con Venezia, e per comprendere come impegno e didattica potessero compenetrarsi; un convegno arricchito dalla proiezione del film Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio, e dal concerto finale nel chiostro dell’Accademia con musiche di Luigi Nono e Marino Zuccheri. Il convegno veneziano è avvenuto in concomitanza con il periodo di apertura della mostra milanese. E vi è stato un punto di contatto esplicito fra le due iniziative, l’appuntamento veneziano e l’esposizione milanese: una visita corale di una trentina di studenti, accompagnati da qualche loro docente, a Palazzo Reale. Visita incoraggiata dalla Fondazione Vedova, il cui Presidente, avv. Bianchini, chiudendo il suo intervento di apertura alla seconda giornata del convegno, ha offerto un biglietto ferroviario collettivo per visitare la mostra.       

Una studentessa in visita alla Mostra

          Nell’ampia sala delle Cariatidi una nuova generazione, lontana dalle temperie degli anni Sessanta come degli anni Ottanta, con una sensibilità che si gioca ora in un rapporto con il reale mediato dalla rete e dal costante utilizzo di dispositivi mobili, si è trovata a confrontarsi direttamente con le opere di Emilio Vedova. La visita è durata a lungo, spontanea e attenta; le questioni di fondo poste dall’artista veneziano, e in particolare cosa possa essere inteso oggi come impegno dell’artista e quali le modalità formali per esprimerlo, non sono affatto esaurite.

Foto di copertina: Absurdes Berliner Tagebuch, Palazzo Reale, Milano

 

Riccardo Caldura è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e Beni culturali dell’età contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia e autore di numerosi saggi di estetica, storia e teoria dell’arte.
Dal 1991 è attivo come curatore di progetti d’arte contemporanea per istituzioni e spazi pubblici, con pubblicazioni per Marsilio, Charta, Editoriale Giorgio Mondadori, Mazzotta, Mimesis, Supernova, Antiga e altre.

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