Gloria per Giuseppe Berto, di Nicola De Cilia

Gloria per Giuseppe Berto

di Nicola De Cilia

 

A Mogliano Veneto, paese natale dello scrittore, nell’ambito delle celebrazioni del quarantennale, è andata in scena una riduzione teatrale dell’ultimo romanzo di Giuseppe Berto, La gloria, una produzione del Teatro Busan, per la regia di Giuseppe Emiliani, con Alberto Fasoli nelle vesti del protagonista.
In scena anche due musicisti, Serena Cillotto e Stefano Lanzini. Allo spettacolo, che ha esordito venerdì 26 febbraio, ha assistito la figlia di Giuseppe Berto, Antonia, che molto si dà da fare per tenere viva la memoria del padre. Un modo, questo dello spettacolo teatrale, per rimettere al centro il ragionamento di Berto e le parole dei suoi libri.

La gloria, opera ultima, testamento spirituale dello scrittore moglianese, uscita poco prima della sua morte, ha come «eroe paradossale» (una definizione di Cesare De Michelis, grande ammiratore di Giuseppe Berto) il dodicesimo apostolo, Giuda, il traditore senza riscatto. Potremmo considerarlo un quinto Vangelo: il Vangelo secondo Giuda. Un lungo monologo, un confronto serrato con la figura del Cristo, raccontata da un’ottica inusuale, con esiti imprevisti: “La tua dottrina, confusa e contraddittoria, sempre in bilico tra cielo e terra, tra libertà e destino, esprimeva meglio d’ogni altra un’aspirazione inesausta del genere umano: portare avanti il dolore di vivere cercando di raggiungere qualcosa che lo mitighi, e meglio ancora lo faccia cessare: amore, giustizia, eguaglianza, ma soprattutto la gloria, la fine dei tempi, la morte universale”.

Giuda rivendica il suo ruolo, quello del traditore che, interprete degli oscuri disegni della redenzione, si assume tutta la responsabilità del suo gesto: un Golgota che sprofonda nel buio e nell’ignominia, a differenza della luce di gloria che dovrebbe illuminare la passione di Cristo. Il suo racconto, verso la fine, diventa incalzante, prende gli accenti di una requisitoria: “Morivi per gli altri. Io, tradendoti, ti aiutai a morire nel modo che volevi, perché finalmente credevo alla tua misteriosa divinità. Feci quel che potei, e tu pure lo facesti: cercasti la tua morte con sufficiente dignità e fermezza. Non bastò, e infatti siamo ancora qui, nella valle di lacrime: nell’opera della redenzione, qualcosa non ha funzionato”.
Un episodio del Vangelo chiarisce ulteriormente la posizione dell’autore: Gesù guarisce un cieco nato e i farisei gli chiedono se la causa della sua cecità fosse il peccato dei genitori o dello stesso cieco. Gesù risponde che non avevano peccato né lui né i suoi genitori, ma che era necessario si manifestassero in lui le opere di Dio. “Poi gli donasti la vista per mostrare la potenza del Signore. Ma la potenza del Signore – si chiede Giuda – non si sarebbe potuta manifestare meglio non facendo nascere bambini ciechi? All’origine dei prodigi c’era sempre il male: ma perché il male?”.

La gloria chiude il cerchio aperto con le prime prove narrative di Berto: “Riappare l’antico rovello ‘religioso’, quel confronto all’orlo del blasfemo che già si era rivelato ai tempi lontani, originari, delle Opere di Dio”, ha scritto Andrea Zanzotto, sottolineando questo bisogno di un rapporto con l’orizzonte metafisico, frequente negli autori veneti, “e Berto è uno scrittore veneto ‘spaccato’, quasi fradiciamente veneto. C’è una strana fratellanza, un humus che caratterizza la letteratura dei veneti…”. Il cielo è rosso e Le opere di Dio, i due libri scritti nel campo di prigionia in Texas, sono sotto il segno di una teodicea invertita: lo scandalo della Storia col suo carico di male irredimibile sta lì, ad interrogare il silenzio di Dio. Trent’anni dopo, con alle spalle una prolungata depressione, una lunga terapia psicanalitica e davanti la certezza della morte, a causa di una malattia incurabile, Berto riprende le fila di quel discorso, mai veramente interrotto, dando voce a una figura umana, troppo umana, come quella di Giuda Iscariota. A lui affida un’inchiesta, un’interrogazione e un confronto con quel Cristo all’origine di tante dispute, di tanti equivoci, di tante speranze. Giuda appare come un Parsifal incerto, imperfetto e fallace, in dubbio se interpretare egli stesso il ruolo del Messia, affascinato dalla figura del Cristo, convinto inizialmente della possibilità della gloria, attratto dalla opportunità di fornire un senso alla presenza del male. Ma il Giuda di Berto si rende presto conto di aggirarsi in una terra desolata che il sangue uscito dal costato di Cristo non è in grado di redimere.

Riecheggiano le parole del più grande ribelle metafisico: Ivan Karamazov. Alla suprema armonia prevista dal Cristo opponeva un netto rifiuto, dal momento che tale armonia del Regno dei Cieli prevedeva la sofferenza ingiustificata sulla terra dei più piccoli e degli innocenti: “Quel che occorre a me, è una sanzione suprema, altrimenti sarò costretto ad annichilarmi. E che sia una sanzione non già nell’infinito, indeterminata nel luogo e nel tempo, ma proprio qui, su questa terra, e che la veda io con i miei occhi… Non è che non accetti Dio, ma semplicemente Gli restituisco, con la massima deferenza, il mio biglietto”. (trad. A. Villa)

Non sono estranee a Berto neppure le lucide riflessioni di un altro importante scrittore, Renato Serra, che in Esame di coscienza di un letterato, scritto alla vigilia della Prima guerra mondiale, si confrontò col tema del male e della redenzione: “Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l’esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c’è bene che paghi la lacrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio all’eternità”.

Da sinistra, Stefano Lanzini, Alberto Fasoli e Serena Cillotto

Se questi temi, che attraversano e innervano La gloria e l’opera di Berto, siano ancora attuali, rimane il dubbio. Venuta meno la speranza della redenzione promessa dai Vangeli, tramontate le attese palingenetiche delle ideologie, il nostro tempo scivola verso una palude di indifferenza, al più attraversata da una inconfessabile inquietudine e dal timore di perdere i privilegi legati al consumo di beni, uomini e natura. Non è questo il laicismo cui miravano i grandi intellettuali del passato, bensì un nichilismo di comodo che ha finito col consumare anche dio, al più “chiacchiera da salotto, nel guazzabuglio culturale che impera oggi” (così Andrea Zanzotto in un saggio del 1989 su Berto, ora in Aure e disincanti, Mondadori, 1994). “In tanti si sono affannati a uccidere Dio – dichiarò Giuseppe Berto –, ma pochi sentono il vuoto spaventoso che la morte di Dio ha lasciato in noi: io ho vissuto nel dramma di questo vuoto”.

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Giuseppe Berto – © Associazione culturale Giuseppe Berto

 

BIOGRAFIA di GIUSEPPE BERTO

Giuseppe Berto è nato a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, nel 1914. Il padre, con cui avrà sempre rapporti difficili, era un ex carabiniere diventato commerciante di cappelli. Da ragazzo Berto frequenta il collegio salesiano Astori a Mogliano per poi passare al liceo Canova di Treviso e infine iscriversi a Lettere a Padova: ma è uno studente svogliato, preferisce frequentare caffè e biliardi che le lezioni di Concetto Marchesi.
A vent’anni lascia l’università per andare a combattere in Africa Orientale. Dopo quattro anni in Etiopia, rientra in Italia, termina l’università: ma l’insegnamento non gli piace. Torna a fare la guerra nel ‘42, ancora in Africa, come volontario; finito nel cul de sac tunisino dopo El Alamein, viene catturato e trasferito dagli alleati in un campo di prigionia in Texas, dove inizia a scrivere i suoi primi due romanzi, Le opere di Dio e Il cielo è rosso. Rimpatriato alla fine della guerra, fa leggere il dattiloscritto del Cielo è rosso (intitolato La perduta gente) a Giovanni Comisso, che lo suggerirà a Leo Longanesi. Il romanzo esce nel 1947, incontrando un successo internazionale.
Diversa sorte avranno i due romanzi successivi, Le opere di Dio (1948) e Il brigante (1951), scarsamente considerati da pubblico e critica. Nel frattempo, Giuseppe Berto si è trasferito a Roma, dove si sposa e ha una figlia, Antonia. Nello stesso periodo il padre si ammala e muore di tumore. Inizia un periodo di depressione, diagnosticata come “nevrosi da angoscia”. Tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta, pubblica Guerra in camicia nera (1955), in cui racconta la sua partecipazione alla guerra e al fascismo, mentre inizia “il secondo mestiere”, sceneggiatore per il cinema, fonte di ulteriori frustrazioni. Dalla malattia ne esce grazie all’aiuto della psicanalisi e alla scrittura de Il male oscuro (1964), che vinse sia il Viareggio che il Campiello. Costruisce una casa a Capo Vaticano, in Calabria, lontano da Roma e dalle consorterie intellettuali con cui si trova spesso in conflitto.
Negli ultimi anni ricordiamo i romanzi La cosa buffa (1966), Anonimo veneziano (nato come testo teatrale, e poi film e infine romanzo, 1970). Nel 1974 la favola ecologica Oh Serafina vince il premio Bancarella. Per il teatro, scrive La passione secondo noi stessi (1972), e a Capo Vaticano, in pochi mesi, il suo ultimo romanzo, La gloria (1978). Malato di cancro, come il padre, muore il primo novembre del 1978.

Giuseppe Berto (Foto LaPresse)

Ha scritto Domenico Porzio: “Fuori da ogni corrente, obbligato dalla sua disarmata sincerità a rimanere libero per poter obbedire alla sua onestà intellettuale, diffidente di ogni forma di potere, Giuseppe Berto è stato uno dei pochi scrittori della sua generazione ad arrischiare sempre di persona: da tale comportamento nacquero, talvolta, in lui assurde prese di posizione o risentimenti pagati a caro prezzo; non di rado, la sua generosità fu mal compresa o, di proposito, svalutata”.

Treviso, 21/11/2018

 

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