“Lingua”, racconto di Žarko Milenić – Traduzione di Božidar Stanišić

Lingua
Racconto di Žarko Milenić

          Viaggiavo col treno del metrò berlinese. La donna, mi pareva trentenne, con una ragazzina evidentemente sua figlia (direi dell’ età di dieci anni), conversava in tedesco. Non conosco il tedesco e non riuscivo a capirle. La ragazzina curiosamente poneva delle domande, la donna rispondeva di mala voglia.
          L’uomo seduto di fronte si rivolgeva a loro, evidentemente sua moglie e sua figlia, in lingua polacca. La figlia assomigliava a entrambi i genitori. La moglie e la figlia conversavano ancora in tedesco. La lingua delle domande era il tedesco puro. La lingua delle risposte era il tedesco con l’accento polacco. L’uomo e la donna erano ancora marito e moglie? Le fermate si susseguivano, l’uomo parlava ancora in polacco. Loro due, come precedentemente, non lo ascoltavano. Sembrava che non lo capissero. La figlia non smetteva di porre domande, naturalmente in tedesco. La madre rispondeva, sempre in tedesco. Scorrevano il dialogo tedesco e il monologo polacco.
Ma la donna comunque ascoltava l’uomo. Oppure aveva appena iniziato ad ascoltarlo? Per la prima volta gli dedicò uno sguardo e lo ascoltò. Oppure lo ascoltava dal primo momento, e reagì solo dopo. E reagì burrascosamente. Gridò:
Kurva!
Dandogli della puttana, con il piede gli diede una stincata.

          Il maschio si mise a tacere. Non era sorpreso da questa reazione. Sembrava l’avesse aspettata. Soltanto diventò serio, come se fosse abituato a questo modo di comunicare della donna.
Il polacco e il croato sono lingue slave. È possibile che quella parola in entrambe le lingue abbia lo stesso significato. Forse il maschio aveva pronunciato il nome di un’altra donna. Un nome che non poteva pronunciare. Che non è tale, ma secondo sua moglie lo è. Quindi, puttana, cioè baldracca. La donna per cui il nome è un tabù. E per il maschio ciò aveva dimenticato. A differenza dalla moglie, lui era di buon umore. Probabilmente aveva bevuto qualcosa. Ciò che un ubriaco dice, il sobrio lo pensa. Lui ancora pensa a quell’altra. Sua moglie sperava che l’avesse dimenticata. Gli raccomandava di dimenticarla. E lui non voleva obbedire. Quindi aveva meritato la sua rabbia. Tornati a casa, le spetteranno anche delle botte.
          Non conosco la lingua polacca. Potevo solo andare avanti con delle illazioni. Che l’uomo non avesse pronnunciato il nome di alcuna donna. Che parlasse di qualcosa che semplicemente gli era proibito. Quella parola brutta riguardava lui.
          Una volta era un gigolò. Puttana maschile? Non c’era bisogno di ricordare quel passato per nulla glorioso. Sarebbe stato meglio che avesse parlato di qualcos’ altro. E del tutto diverso. Un militare sogna il periodo più breve del servizio di leva, una puttana parla volentieri dell’onestà. Lui è padre di una ragazzina splendida. Se continuamente ricorda chi era nel passato, non doveva sposarsi. Ma nel gergo la parola puttana può avere anche altri significati. Specialmente se riguarda un uomo. Alcuni miei amici pensano che puttana sia un uomo arrogante. Non mi pareva che quell’uomo fosse di quelli. Non conosco il polacco. Non so se l’uomo avesse detto alcune parole oscene. Non l’avevo pensato. L’unica parola oscena non era stata pronunciata da lui, ma da una donna. Da sua moglie. E davanti alla ragazzina e a tutti noi presenti in quella carrozza. E anche lo colpì.

          Si considera puttana anche un uomo subdolo. Quell’uomo non mi sembrava tale. Però ero sicuro che la donna che lo aveva colpito fosse tale, subdola.
Puttana è pure chi è bugiardo. Non sapevo se l’uomo diceva bugie. Non credo. Mi sembrava che le dicesse la donna. Realmente è possibile che il polacco non conoscesse la lingua tedesca o almeno non così bene come la moglie e la figlia. Non interagiva nella loro conversazione. Forse non le capiva. Forse la donna parlava intenzionalmente in tedesco perché non voleva essere capita da lui. Così poteva dire alla figlia delle bugie, quante ne voleva.
Puttana potrebbe significare anche uomo schifoso. E non è uno schifoso lui, ma lei. Detto meglio – una schifosa.
Puttana è anche un vigliacco. Ma lui non aveva tale aspetto. E lei lo aveva. Il vigliacco femminile. Che sarebbe vigliacca. La polacca vigliacca. Non mi piaceva il suo volto. Non era bella. Anzi, si poteva dire che era brutta. Che cosa aveva trovato lui in lei? Come mai non l’aveva notato prima? È schifosa, anche nel carattere.
          Si pensa che anche un traditore è puttana. Lei è traditrice. Perché parlava in tedesco se tutti e tre sono polacchi? La loro figlia forse non conosce il polacco? Ciò succede facilmente. Ma perchè lei non glielo aveva insegnato? Se fosse stato lui a dover decidere, la piccola avrebbe saputo il polacco.
Si dà della puttana anche a chi è disonesto. Oggi chi è onesto? Se non lo è lui, soprattutto non lo è lei.
Anche i codardi son puttane. È l’unica cosa che mi convince. Lui è un codardo. Altrimenti avrebbe risposto al colpo preso da lei. Ma non credevo che lei, avendo detto questa parola, avesse pensato alla codardia.
Perché la donna aveva colpito l’uomo? Anche se in qualunque modo avesse pronunciato qualsiasi parola, magari dolcemente (cuoricino mio, ad esempio), quella stincata era stata espressione del suo odio. Il colpo ne era la conferma. Il timbro.

          Il polacco e il croato sono lingue slave. Anche il russo. Nel russo e nel croato esistono delle parole simili, che si pronunciano nello stesso modo ma hanno il significato diverso. Krasno in russo significa rosso. Così, forse, anche in polacco. Ma in questo caso la parola sicuramente non ha un significato opposto a quello croato. Ciò conferma anche quella stincata inaspettata. Maschile. Bassa? Poteva mirare più in su. Nella sua maschiezza.
          La mia fermata per caso era anche quella del terzetto. Comunque, pensavo che la donna fosse probabilmente la moglie di quell’uomo. Si poteva esser sposata perché era rimasta inaspettatamente incinta. E che forse ancora portava il proprio cognome, la legge glielo permetteva. Certo è una donna che dice ciò che pensa. E il marito vive con l’acqua in bocca, almeno finché non gli scappano alcune parole. Allora gli tocca una punizione. Che si sappia chi è l’uomo nella casa. E pure nei luoghi pubblici. E altrove.
          Questa viragine prese la mano della figlia (non gli permette di immischiarsi nell’educazione della ragazzina). Tacevano, sia la figlia che la madre.
Anche l’uomo taceva. Zoppicava a due passi dietro loro.

Žarko Milenić

Žarko Milenić (Brčko, BiH, 1961) è un narratore, drammaturgo, saggista e traduttore croato. Ha pubblicato una ventina di romanzi (fra i quali PreludioAdelaIl serpente dell’OrienteIl canale mortoIl ricordoI custodi dei gatti), una decina di raccolte di racconti (fra i quali Tutte le mie vedoveGiochi e votiParenti e altri), libro di saggi I tocchi.
Le sue opere teatrali sono state presentate da alcuni teatri croati e bosniaci; i testi radiofonici dalle radio emittenti croate e slovene.
Alcune sue opere sono tradotte in macedone, armeno, ucraino, bulgaro, sloveno ed hanno ottenuto premi letterari in Bosnia, Croatia, Macedonia e Iraq. Poliglotta, traduce da russo, inglese, macedone, bulgaro, sloveno e ucraino. Vive a Podmoskovje (Russia) e Brčko (Bosnia).
Il racconto Lingua è tratto dal suo libro di racconti Parenti e altri, Banjaluka 2018.

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Božidar Stanišić, nato a Visoko (Bosnia, 1956), è laureato in letterature degli slavi meridionali a Sarajevo. Ha insegnato fino al 1992, quando è fuggito dalla guerra civile rifiutandosi di indossare qualunque tipo di divisa. È arrivato quindi in Italia e, aiutato dal Centro Ernesto Balducci, ha trovato la residenza a Zugliano (Udine), dove vive tuttora con la sua famiglia.
Dal 1993, quando è stata pubblicata la sua opera I buchi neri di Sarajevo (MGS press), poi uscita per i tipi di Bottega Errante, pubblica con regolarità libri di racconti, raccolte di poesie e recentemente romanzi (La giraffa in sala d’attesa, Bottega Errante 2019).

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