Mostra a Livorno: “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, di Saverio Simi de Burgis

Amedeo Modigliani, Femme nue de dos se tournant vers la gauche (1908), matita, 43 x 27,7 cm – Collezione Paul Alexandre

     Nel centenario della morte, Amedeo Modigliani torna nella sua Livorno. Certamente una città difficile per un giovane che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 si affacciava timidamente, ma con convinzione, nel mondo ancora più arduo dell’arte di allora, dove nel porto toscano e nelle  sue  vicinanze potevano scorgersi solo retaggi, pure tra i più aggiornati, della scuola dei macchiaioli. Qui l’autodidatta Amedeo Modigliani scelse, per la prevalente ricerca scultorea di quel primo periodo, il primitivismo arcaico etrusco, mentre per la pittura si avvicinò al macchiaiolo Guglielmo Micheli, a sua volta già allievo di Giovanni Fattori. Dal Micheli Modigliani apprese non solo i rudimenti della pittura, ma assunse anche quelle sapienti capacità degli accostamenti cromatici che poi gli tornarono utili proprio a Parigi in cui si trovava già dal 1906 e dei quali insegnamenti tenne maggior conto nell’ultimo periodo, in particolar modo quando l’artista decise di dedicarsi esclusivamente alla pittura.

Amedeo Modigliani, Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne), 1918, olio su tela, 46 x 29 cm – Collezione Jonas Netter

     Nel caso della mostra livornese curata da Marc Restellini, in effetti è l’ultimo periodo che viene maggiormente a essere definito. Tra dipinti e disegni, alcuni fra questi ultimi davvero molto belli e interessanti per gli sviluppi delle avanguardie storiche del primo Novecento, sono, infatti, circa ventisei le opere di Modigliani presenti nell’attuale rassegna, nella maggior parte realizzate negli ultimi anni, dal 1915 al 1920.

Amedeo Modigliani, Léopold Zborowski (1916), olio su tela 46 x 27 cm – Collezione Jonas Netter  

     Nel quadro di questa situazione, emerge la ricostruzione dei rapporti dell’artista con i suoi collezionisti, galleristi-mercanti, in primis con il giovane medico convertitosi all’arte Paul Alexandre e quindi a seguire gli altri come Jonas Netter, fino all’importantissimo, per Modigliani, Léopold Zborowski, che alla morte dell’artista livornese avvenuta il 24 gennaio 1920 e della moglie, anch’essa pittrice, Jeanne Hébuterne, di appena un giorno successiva, costruì la sua fortuna durata perlomeno fino alla crisi del 1929, anno in cui iniziò a sgretolare tutta la  ricchezza fino a quel momento accumulata.

Jeanne Hébuterne, Adam et Ève (1919), olio su cartone, 81,5 x 59,8 cm

     Valeva la pena visitare la mostra anche per la ricostruzione del tessuto degli artisti che ruotavano maggiormente nella cerchia delle frequentazioni con il livornese, alcuni dei quali rientrano a pieno titolo nella cosiddetta École de Paris. L’esposizione, infatti, si apre con un excursus di opere di un’artista forse poco nota in Italia ma sicuramente molto originale e significativa in quel contesto storico quale è stata Suzanne Valadon. A seguire qualche suggestivo dipinto urbano sulla Parigi di allora di Maurice Utrillo. Da qui si dipana un più naïf e cromaticamente acceso Moïse Kisling, quindi Henri Epstein e Gabriel Fournier, molto vicini, nella resa costruttiva, a Pierre Bonnard, ma più plastici e meno evanescenti invece nella declinazione formale. 

Suzanne Valadon, Trois nus à la campagne (1909), olio su cartone 61 x 50 cm, firmato e datato in basso a destra

     La mostra, a conclusione del percorso espositivo, giungeva a includere alcune soluzioni ormai astrattiste come quelle proposte nei suoi dipinti da Jean Hélion. Senza dubbio una mostra interessante che ha riscattato dignitosamente Livorno quale città d’arte che potrebbe di sicuro essere ulteriormente rivalutata se si provvedesse concretamente al recupero delle sue fortezze, la vecchia e la nuova, capolavori architettonici rispettivamente di Antonio da Sangallo il Vecchio e del Buontalenti, suggestivi edifici storici che meriterebbero le più idonee conversioni d’uso nel contemporaneo.

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Foto di copertina
Amedeo Modigliani, Fillette en bleu (1918), olio su tela, 116 x 73 cm – Collezione Jonas Netter

 

Saverio Simi de Burgis, critico e storico dell’arte, insegna dal 1985 all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Attualmente è docente di Storia dell’Arte Contemporanea e di Storia e Metodologia della Critica d’Arte nella stessa istituzione ed è stato docente a contratto dell’Università degli Studi di Ca’ Foscari sempre a Venezia. Ha al suo attivo diversi contributi sia di ambito monografico che saggistico.
Come critico ha inoltre curato diverse mostre d’arte contemporanea e ha partecipato alla realizzazione di eventi artistici sia in Italia che all’estero, in particolar modo in Polonia, Svezia, Spagna, Grecia, Regno Unito, Cina, Cuba, Stati Uniti, Belgio, Austria, Tasmania e Norvegia.
È iscritto all’ordine dei giornalisti di Venezia in qualità di pubblicista e all’A.I.C.A. di Roma-Parigi.

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