Per un paio di scarpe di Anna Rosa Maria Tonin

 

Ho bisogno di un paio di scarpe. “Sei ridicola. Perché non puoi uscire se oggi piove?” La solita voce dal terrazzo. Sibili di serpente. Irritanti subdoli letali. La signora col cane siede sempre su un piccolo sgabello rosso. Fuma e parla al telefono. Dice spesso che ha nostalgia, ma non ho ancora capito di chi e di che cosa. Battiti regolari e un mattino alzarsi, tirare le tende, alzare le tapparelle e d’incanto il terrazzo lasciato solo a godersi una banale rasserenante normale giornata.
Ottobre. Aria umida all’incrocio di tre strade. Proseguo verso nord e cammino costeggiando la villa del dottor C., impresario edile. La moglie ha inaugurato di recente un centro non convenzionale di aiuto al benessere psico-fisico. Dicono sia molto frequentato e ti rimetta in pace col mondo.
Lei non ha bisogno di aiuti, è come un radar. Riesce a captare ogni minima alterazione. Sbagliato, dottoressa. Arrivo sempre un attimo dopo. Tre ore di attesa ed era tutto finito.
Da quando ho l’aria condizionata in casa non riesco a togliermi la pashmina”. Un’altra voce dal caffé “Alla Fontana”. Perché ostinarsi a chiamare pashmina una semplice sciarpa?
Nove del mattino per un paio di scarpe. Nuvole. Eravamo in quattro a scommettere se sarebbero scomparse. Guarda il cielo! Capelli lunghi e occhiali come Harry Potter. Scrittori inglesi e niente Italo Calvino.
Mamma mi compri questo?” Un bambino biondo tirato a lucido, incollato al suo monopattino e alla vetrina. Un bambino e un I-Pad. “Ne parliamo col papà quando arriva”. Questione di gusti. Se uno i soldi ce li ha, è padrone di spenderli come gli pare.
Piove. Attraverso la strada e la rilegatrice si è allontanata dai suoi profumi di carta. Venti metri e ho già le scarpe fradice.
Sono in tremendo ritardo ma mi fermo lo stesso”. E’ proprio lei, “Zarina” . “Guarda. Tacco 12, 240 euro”. In pensione dal lavoro non dalla vita. A cena da Marta. Unica volta col tacco 12. Distorsione alla caviglia.
Luisa cadeva sempre quando camminava in fretta. Foto di Luisa dentro una busta bianca. “La tua storia in una foto”. Ammasso di storie in due scatoloni. Dopo.
Che fai di bello?” Splash! Ruote di macchina in una grande pozzanghera. “Lavoro all’ufficio anagrafe”. I miei pantaloni si attaccano alla carne. Bruciore di stomaco. “Zarina” è come nuova. Altri clacson e cammino più veloce. Corri postino!
Ore dieci. Primo negozio di calzature di fronte alla chiesa. CHIUSO PER RINNOVO LOCALI.“Non la vedo da molto tempo”. Un uomo in bicicletta contromano. Perché non cade? E’ il signor D., proprietario del “rinnovo locali”.
Le dita dei miei piedi come gomitoli. Acqua dappertutto. Sei ridicola. Vivere in una città di mare e non saper nuotare.
Percorro il viale alberato. Ore undici. Secondo negozio di calzature.
CHIUSO PER TURNO INFRASETTIMANALE. Accanto, lucchetti ai tavoli della pasticceria e cestini di frutta e verdura.
Che dolce hai portato? Crostata con marmellata di sambuco. Non c’erano tante bancarelle al mercatino.
Le piace la poesia?” Sei ciclisti sbagliano strada all’incrocio della pizzeria. “Lo sa cosa diceva Alda Merini?” “Dovrebbero arrestarli, non crede? Sono troppo pericolosi, si sentono i padroni di tutte le strade!” E’ un uomo corpulento dall’aria indefinibile. “Meglio un verso poetico di tutti i romanzi mai scritti”. Chissà se è vero quello che ha detto Silvia l’altra sera.
Ore dodici. Terzo negozio di calzature. CHIUSO PER LUTTO. F. è sempre stato un tipo originale.
Il tombino davanti alla serranda si è scoperchiato. Piedi allagati. Scarpe tra le mani. Biglietto dell’autobus. Sei ridicola. Non hai neanche fatto la patente.
Munirsi di biglietto a terra. Dodici corse ma la luce è rossa. Validità due mesi. Primo timbro? Maggio. Ore dodici e quaranta. “Se non ha un altro biglietto deve scendere”.
Sedile rosso. “Sei ridicolo. Sei solo un amico, avanzi qualcosa da me?” Autobus vuoto tranne la signora col cane. Sarei scesa anche se la luce fosse stata verde.

 

 

 

 

 

 

 

 

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