L'Après-midi d'un faune
Il poemetto che ispira questo spettacolo e che incarna lo
spirito della poetica simbolista, è stato scritto intorno al 1865 da
Stéphane Mallarmé come monologo in versi per una rappresentazione
teatrale. Esiste infatti una prima versione del Fauno chiamata Monologue d'un Faune
che contiene molte note e didascalie teatrali. Ma la proposta non
convinse alcuni amici del poeta che dovevano promuovere il progetto.
Così' Mallarmé preferì rimaneggiarlo e pubblicarlo molti anni dopo, nel
1876, con il titolo Après-midi d'un Faune (dopo una seconda versione intitolata Improvisation d'un faune),
consegnando alla storia letteraria uno dei capolavori assoluti della
poesia, un'opera complessa, raffinata ed in linea con i canoni estetici
più suggestivi dell'epoca.
La trama racconta di un fauno che in un caldo pomeriggio
d'estate appare all'improvviso in una radura ricca di sole, di luce,
d'acqua, dove abbonda il giunco selvatico e dove regna incontrastata la
bellezza, l'armonia dei colori e dove, come in una visione, irrompono
soavemente le ninfe. Il fauno le insegue, trasportato dall'estasi e da
una irriverente sensualità. O forse, immagina di inseguirle. E qui, a
corrompere la deliziosa tavolozza impressionista, s'insinua
prepotentemente il guizzo dubbioso dell'immaginazione onirica: “Ho
amato un sogno?”. Il gioco tra realtà e fantasia, tra la verità e la
menzogna fantastica si fa pressante, fino a toccare l'apice
dell'ebbrezza sognante quando, attraverso il chicco d'uva del quale
succhia l'essenza luminosa, il fauno si diverte a gonfiare d'aria i
chicchi vuoti per poi ammirarli in un turbine di sogno e di stordimento
dei sensi.
Ma il testo che viene presentato, si apre in realtà con un
percorso di matrice joyciana, attinto dal primo romanzo di James Joyce,
Dedalus, (Ritratto di artista da giovane), un'opera in cui
l'autore tratteggia il cammino di un giovane ispirato dall'arte,
disseminato qua e là da molteplici tratti narrativi altamente
simbolici, che richiamano fortemente la poetica del Fauno, laddove
l'ispirazione assume un richiamo ed un ruolo centrale
nell'immaginazione estetica e spirituale.
E termina, dopo una lunga ed appassionata rappresentazione
mallarmeana - quasi una sinfonia in tre tempi, come una parte della
critica suggerisce per Il Monologo, L'Improvvisazione e Il pomeriggio
del Fauno -, con il “rapimento dell'artista”, sollecitato da uno dei
più intriganti lavori poetici nietzschiani, I ditirambi di Dioniso,
l'ultima opera del filosofo-poeta tedesco scritta prima del sonno
della follia che chiude la sua straordinaria parabola artistica ed
esistenziale.
Così, attraverso un violento eccitamento dell'animo, quasi
un urlo dionisiaco di piacere e di selvaggia sfrenatezza, si fa largo
tra i versi con immagini maestose e cariche di violenza oracolare, l'uomo di conoscenza,
a lanciare in alto e sigillare il messaggio nietzschiano: l'uomo che
ama gli abissi (la conoscenza) non deve mettere radici e quindi se si ama l'abisso ali bisogna avere e, soprattutto, che l'uomo sia bandito da ogni verità, perché è solo un giullare e solo un poeta.
Joyce, Mallarmé, Nietzsche, ovvero l'ispirazione, il sogno,
il rapimento “rapace” dell'artista, uno stesso linguaggio, uno stesso
ordinamento simbolico del mondo, una stessa “corrispondenza” ideale ed
artistica che schiude ed anticipa una lunga e fruttuosa esperienza
estetica.
Testi scelti e curati da Carla Stella
Voce: Carla Stella
Musiche originali del maestro Patrizio Fariselli











