Ricominciare la vita. Storie in mostra, di John Francis Phillimore

“Anew, how it begins/come comincia”. Un’esibizione itinerante che mostra i racconti del punto di svolta nella vita di persone normali – e speciali, realizzata su progetto di Manuela Cattaneo della Volta.
Ytali l’ha intervistata

Scritto da John Francis Phillimore

Tanto per cominciare:
In momenti come questi, in cui ogni evento sembra più deprimente del precedente (magari con l’eccezione della vittoria di Macron in Francia, da segnalare, ma restando super partes), è rigenerante trovare un’iniziativa che si fonda sull’ottimismo e il rinnovamento.

Anew è un’esibizione itinerante che mostra i racconti del punto di svolta nella vita di persone normali – e speciali. Le storie sono presentate in forma di brevi testi scritti e con un oggetto simbolo del turning point. Ad esempio, nei primi tre segmenti d’esibizione a Venezia, l’ultimo appena concluso, erano in mostra un uovo sodo, una statuetta di Ganesh (il dio dalla testa di elefante, sovrano, tra l’altro, anche dei cambiamenti), un Corriere della Sera del 1949, lo schizzo di una scala firmato Carlo Scarpa, un modellino di taxi giallo, e una ruota di bicicletta tutta rotta, sorretta da tre volumi della Divina Commedia.

La mostra è stata realizzata su progetto di Manuela Cattaneo della Volta, veneziana d’adozione che dieci anni fa ha lasciato una grigia Milano per la città lagunare.

È naturale dunque chiederle:

Come ti è venuta l’idea?
Tutto nasce da una fine. Infatti, grazie a un viaggio tra amiche, dove abbiamo associato il divertimento del mare in Croazia a un momento di cultura visitando Zagabria, siamo incappate nel Museum of Broken Relationsships, in cui siamo rimaste incantate da oltre un centinaio di storie di separazioni… d’amore, padre-figlio, madre-figli, guerre, fratelli…

Poi, un pizzico del mio ottimismo ha fatto il resto: perché non raccontare come cominciano le cose invece di come finiscono?
Non importa se poi quella storia non sarà per sempre, è comunque cominciata e in modo speciale. L’idea è soffermarsi su quel momento e potersi dire: può succedere anche a me, o addirittura,  è successo pure a me! E magari lo scopri leggendo le storie altrui, come un romanzo.

E il suo romanzo, com’è?
I mesi da settembre a dicembre sono stati un rimuginarci su e pensare a come sviluppare il progetto (proseguito grazie all’aiuto di amiche care e pazienti che accettavano tè, pasticcini  e brainstorming  una volta alla settimana…), intanto capisco che devo volare basso: niente museo ma si comincia, appunto, con una mostra. ma dove, come…?

Poi a febbraio, durante un happening d’arte conosco Anita, proprietaria dello spazio ARTI. Ci presentiamo, ci rivediamo; lei racconta di sé io racconto di me e di Anew. A lei piace l’idea a me piace il suo spazio. Si parte? Quasi. Un passo alla volta, perché Anita Cerpelloni ha l’agenda fitta d’impegni per tutto il 2017. Taglia di qui, cuci di là, individuiamo tre settimane tra maggio e giugno dove potremmo sperimentare l’esibizione. Come creare un puzzle in uno spazio dietro Palazzo Grassi con la Biennale alle porte. Non era il momento di tirarsi indietro.

Anita Cerpelloni e Manuela Cattaneo della Volta

E dunque?
L’abbiamo fatta a pezzi, nel vero senso della parola, ma questo è stato dopo.
Da marzo ad aprile ho cercato storie in tutto il mondo: ho chiesto agli amici, agli amici degli amici e agli amici degli amici degli amici. L’idea era coprire tutti gli angoli della terra, tutti i generi e i diversi temi.

Un progetto ambizioso…
Certamente: ambizioso rispetto al tempo disponibile soprattutto. Una sfida direi. Ma avevo gli strumenti del crederci e una lunghissima catena di contatti, per fortuna. In due mesi ho ricevuto storie dell’India, dal Sudafrica, dal Giappone, dagli Usa, di tutti i tipi e coprendo i temi principali: la spiritualità, il cambio di vita repentino, l’amore e la famiglia e l’amicizia, la città o la professione.
Ci sono ancora diverse falle. Per esempio, abbiamo solo autori di origine caucasica e mancano temi come l’emigrazione, ma non posso lamentarmi se in due mesi ho raccolto 42 storie e 42 oggetti e con Anita curato un catalogo e del merchandising ad hoc per l’occasione.

Tre occasioni, tre date diverse, giusto? La prima di Anew quando è stata?
I primi di maggio, Ad ARTI, dietro Palazzo Grassi, appena prima della GRANDE inaugurazione Biennale. Sono venuti gli amici ovviamente, e con loro abbiamo brindato grazie allo sponsor Verona Gusto, ma da subito sono entrati a sbirciare curiosi, sia italiani sia stranieri. E abbiamo scoperto che un uovo sodo in vetrina attira l’attenzione! Ma anche una ruota di bicicletta con i raggi rotti o il modellino di un taxi giallo volato da New York fanno scena. La successiva è stata a metà maggio e poi fine giugno, appena in tempo per afferrare i veneziani prima delle vacanze estive.

Uova sode e ruote di bicicletta? Parliamo degli oggetti?
Sì, quella è stata la parte più divertente. Nella maggior parte dei casi ho aiutato gli autori della storia a trovare l’oggetto simbolo del nuovo inizio. E qualche volta, essendo il momento speciale e bello, è capitato che non volessero separarsi dal loro personale ricordo tangibile. Quindi, ci siamo inventate delle copie o abbiamo cercato nei posti più astrusi oggetti dell’epoca dell’avvenimento.

Ad esempio?
La ruota della bicicletta: Philip certo non se l’è portata dietro dagli anni ‘70 dall’Inghilterra a Venezia, sporca di grasso e rotta. Però un ciclista amico ce ne ha fatto dono e Philip ci ha fatto dono dei tre volumi, parte della sua vera collezione di antiquario libraio.
Il taxi giallo invece è arrivato direttamente da New York, via posta. Peccato sia stato “rubato” a Milano da un pediatra che ne ha fatto magari omaggio a qualche bambino in difficoltà, o almeno mi piace pensarlo, e comunque questa è un’altra storia, forse persino un altro inizio. E allora Federico, autore della storia, con santa pazienza me ne ha inviato un altro che è stato bloccato in dogana per atterrare nella mia casella della posta proprio il giorno dell’inaugurazione.

Un’avventura da cardiopalma.

Anton Emilio invece ha rifiutato di darmi il biglietto del concerto di Madonna del 1987, dice che lo tiene in un posto sicuro, quasi una cassaforte… e quindi abbiamo trovato un 45 giri di quell’anno con ovviamente “Into the groove”.
Oppure per Alessia, il cui momento catartico fu la Quinta Sinfonia di Mendelssohn, abbiamo semplicemente messo la musica di sottofondo alla mostra.
Io stessa, innamorata del Museum of Broken Relationships, avevo portato con me solo l’idea del mio progetto in divenire e un paio di souvenir del museo, ma nulla di veramente “mostrabile” come segnale tangibile del cambiamento. Per fortuna Lia, amica di viaggio e collezionista, aveva conservato il biglietto d’ingresso: quello sì era un pezzo da museo. E quello ho mostrato per raccontare il mio Anew.

Più difficile l’oggetto della storia dunque?
Non esattamente, il legame è forte e, se in alcuni casi è l’oggetto che fa la storia, in altri è esattamente l’opposto. Alla mostra ho scoperto che è molto soggettivo: chi trova una storia forte magari rimane deluso dall’oggetto proposto e altri invece, incuriositi dal pezzo colorato trovano la storia un po’ scialba.

Per esempio?
Difficile un esempio: c’è chi si entusiasma alle storie d’amore e chi le trova banali, chi si è messo a ridere davanti alla storia del cimitero e chi l’ha trovata troppo incredibilmente cattiva. In realtà è cosa risuona in noi, nella nostra esperienza che ti fa provare un sentimento di un tipo o un altro. In questo la mostra è stata un successo, era proprio il mio obiettivo: coinvolgere personalmente il pubblico con critiche, commenti e o suggerimenti fino ad arrivare al: io per esempio…
È così che possiamo raccogliere altre memorie, appunto.

A proposito… ci racconti qualche storia per capire meglio cosa cerchi?
Posso fare due esempi, molto diversi fra loro:

        

La storia della giapponese che si fidanza con Alvise:

In vacanza a maggio con Akihito: avevo studiato storia dell’arte, com’è possibile non desiderare di visitare l’Europa? Terza tappa, l’Italia. A Venezia, in un ristorante, il vicino di tavolo ci regala informazioni preziose sulla città. Alvise, con il suo inglese stentato ci porta in angoli splendidi e nascosti. Noi con il nostro inglese stentato lo ringraziamo di cuore.
Tornati a Tokyo lascio Akihito, senza spiegazioni. Scrivo ad Alvise una lettera di ringraziamento. Lui mi risponde. Con lettere e telefonate ci teniamo in contatto, vado a scuola di italiano, non lo dico a nessuno.
A giugno dell’anno successivo Alvise viene in visita a Tokyo. Dopo due settimane mi porta con sé a Venezia. Scopro solo dopo il matrimonio che mentre io andavo a lezioni d’italiano lui aveva iniziato un corso di giapponese.

Mitsuko – 2002

L’americano al cimitero negli anni Sessanta.

A 35 anni visita un cimitero, giornata splendida, molto tranquillo. Cammina nel parco come in un set cinematografico, si sofferma a guardare le lapidi per trovare delle assonanze famigliari e ammirarne l’estetica. Gli cade l’occhio sulla tomba di qualcuno che è morto all’età di 42 anni. Affretta il passo e controlla le età dei deceduti, non troppi quelli che sono morti sotto i 45 anni, ma sufficienti da cambiargli la vita. La possibilità di morire non è più un pensiero razionale.
Se morisse in quel momento? È il marito della donna sbagliata, la sua carriera non ha significato, il suo tempo è speso male. Quello stesso anno lascia il lavoro, sua moglie e il suo vecchio stile di vita.

Lee – 1960

Ma ci sono anche storie da due righe due come questa:

Il tintinnio nervoso delle chiavi davanti alla porta di casa sua, il ritardo impacciato nell’aprirla e il suo timidissimo sorriso nel salutarmi.

Mauro – 1998

Ovviamente l’oggetto era una chiave… Il bello è stato che l’autore della storia ha portato la protagonista all’inaugurazione e con il catalogo le ha fatto una seconda dichiarazione d’amore. Lei commossa e noi felici.

Insomma, le storie sono diversissime, e possono piacere o non piacere, l’importante è che ci siano 42 opportunità di spunto di cambiamento sul catalogo. E adesso abbiamo cominciato a raccoglierne altre: curiosamente, tutte le nuove che sono arrivate, parlano di coscienza di sé.

Continui a cercare dunque? Anew ha un futuro?
L’obiettivo iniziale era proprio creare un biglietto da visita per avere un futuro. La luce in fondo al tunnel rimane Anew Museum. Ma per arrivarci può essere utile la strada delle esposizioni, con la raccolta di oggetti e storie per ispirare altri racconti, in una catena fatta di anelli indissolubili, in Italia e all’estero. Un gruppo di amici colombiani mi ha proposto Bogotà, che sarebbe un’avventura di per sé, ma credo che rimanere con i piedi per terra e creare un solco in Italia possa essere il giusto Anew, per ora.

Cosa manca per continuare?
Inutile sottolineare che siamo carenti finanziariamente. La spesa iniziale l’abbiamo sostenuta Anita e io, ma ci sono spese di viaggio, produzione del catalogo e del merchandising, pubblicità, marketing, allestimenti e luoghi. Non sono cifre esagerate, non sto parlando di Damien Hirst, tanto per fare un nome, ma certo per proseguire abbiamo bisogno di uno sponsor: che ci creda naturalmente e che possa raccontare il cambiamento, la sua svolta personale, per diventare parte integrante di Anew, how it begins/come comincia.

Posso aggiungere un dettaglio importante?

L’autore/autrice, se lo desidera può rimanere anonimo (abbiamo usato degli pseudonimi dove richiesto), questo vuol dire che si può rendere pubblico qualcosa di forte, di personale.

Per esempio, la storia di Elena che grazie a una bottiglia di vino di troppo si è liberata senza peli sulla lingua di un’amica ingombrante e ipocrita. In questo caso però la sensazione di una vera rinascita è stata così rigenerante che Elena ha voluto sottoscrivere l’evento con il suo nome.

 

John Francis Phillimore
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Anew
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