Roberto Calasso: dai primordi delle culture all’attualità indefinibile, di Rolando Damiani

Paesaggio con Orione cieco in cerca del sole, olio su tela di Nicolas Poussin, 1658. Metropolitan Museum of Art di New York

          Tra il 2016 e il 2019 sono usciti tre volumi del grandioso work in progress di Roberto Calasso, iniziato negli anni Ottanta con La rovina di Kash, mosaico di tessere narrative e mappa della geografia intellettuale del mondo chiamato moderno. Seguirono in ordine Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), Ka (1996), K. (2002), Il rosa Tiepolo (2006), La Folie Baudelaire (2008), L’ardore (2010). È un insieme di narrazioni ad andamento saggistico che spaziano nella storia delle idee e culture, di credenze e arti dai primordi al presente sulla scorta di molteplici saperi concernenti mitologie d’occidente e d’oriente, religioni, filosofia dai sofisti a Nietzsche e oltre, “letteratura assoluta” nei termini e confini da Calasso stesso teorizzati, e anche tanta scienza novecentesca e recente con particolare riguardo a paleontologia, etnologia e psicoanalisi.
          I vasti fondamenti del work in progress, tendenzialmente senza fine benché forse un giorno concluso (magari con una “FIN” apposta in calce a una fitta e sovraccarica ultima pagina, come nella Recherche di Proust), sono del resto gli stessi su cui poggiano i numerosi altri libri di Calasso, da quello dell’esordio nel 1974, L’impuro folle, imperniato sulla figura dello schizofrenico presidente Schreber analizzato da Freud, a I geroglifici di Sir Thomas Browne del 2018, in cui confluisce con l’aggiunta finale di una Deuteroscopia, ossia riesame saggistico del proprio testo da parte dell’autore, la lontana e già coltissima tesi di laurea discussa con l’anglista Praz e l’egittologo Donadoni.
          Nella sua natura di studioso universalis (nell’accezione rinascimentale dell’aggettivo) e scrittore, fedele al principio del rispecchiamento perfetto tra lo scriver bene e il pensar bene, Calasso oltrepassa i limiti dello specialista accademico di scienze umane, quasi di norma chiuso nel suo settorialismo. Certo la sua biblioteca racchiude idealmente, come quella sognata da Borges, e in parte contiene una moltitudine dei più importanti e bei libri del mondo, che le Edizioni Adelphi, costola ed emanazione di Calasso sin dalla gioventù, già manifestano nelle diverse collane. Non basterebbe comunque avere lu tous les livres, fossero pure i migliori della Weltliteratur e scienza moderna. Necessita per una impresa di straordinaria qualità erudita e al tempo stesso letteraria un talento intellettuale capace di discernere non solo l’esatto dall’erroneo ma anche il bello dal brutto.

Le nozze di Cadmo e Armonia

          Solo così possono nascere opere come La rovina di Kash o Le nozze di Cadmo e Armonia, oppure K. e Il rosa Tiepolo, nelle quali la vastità degli argomenti non è affatto di genere enciclopedico ma ruota costantemente intorno a nuclei incandescenti di pensiero, estesi ben al di là dei confini illuministici. Il superamento di tali limiti, che sono gli stessi della cultura alta o bassa dell’innominabile attuale nell’accezione di Calasso, si determina nelle linee conduttrici di tematiche prevalenti nei suoi scritti, talora in piena evidenza e altre volte sottintesi ma portanti il senso del discorso, come ad esempio la “conoscenza religiosa” (titolo e programma di una memorabile rivista di Elémire Zolla) e la consapevolezza scientifica, oltre che filosofica, del sacrificio e del sacrificale nella storia dai primordi dell’ominizzazione all’età vedica e a quella vetero e neotestamentaria, e poi per sempre. Ugualmente essenziale nel pensiero di Calasso è il ruolo moderno della letteratura assoluta, ossia di “un sapere”, è detto in La letteratura e gli dèi, “che si dichiara e si pretende inaccessibile per altra via che non sia la composizione letteraria; assoluta, perché è un sapere che si assimila alla ricerca di un assoluto – e perciò non può coinvolgere nulla meno del tutto; e al tempo stesso è qualcosa di ab-solutum, sciolto da qualsiasi vincolo di obbedienza o appartenenza, da qualsiasi funzionalità rispetto al corpo sociale”.
          Frutto sbocciato sul ramo del Romanticismo tedesco approfondito nella rivista “Athenaeum” al termine del Settecento, l’idea di letteratura assoluta giunge a compimento negli anni dell’ultimo Mallarmé e impronta la trama della sua celebre e quasi testamentaria lezione di Oxford del 1894. Da quel momento la letteratura assoluta è l’espressione ovunque cercata della “lingua che più non si sa”, se si vuole definirla con parole di Pascoli, e in essa sfociano tutte le antiche, negate e dissacrate sapienze e tradizioni del pianeta. Entro il suo pomerio è custodito il rifugio, l’arca mentale degli dèi privi ormai di riti, liturgie e dimore che non siano manifestazioni e fatture della “religione sociale”, con loro incompatibile, rimasta unica sulla terra come copia affatto umana del monoteismo. Anche per questa ragione accadde che Wystan Hugh Auden, il poeta più amato da Iosif Brodskij, abbia affermato fuori del confessionalismo in uno dei suoi Shorts: “Whatever their personal faith, / all poets, as such, / are polytheists”.
          La letteratura assoluta è l’elemento chimico (o alchemico) di coesione e il principio di unitarietà dell’opera di uno scrittore ben prima che editore, benché il suo catalogo Adelphi sia il risultato dei medesimi presupposti. Ora, pur consapevoli dell’articolata complessità degli argomenti che li formano, diamo un breve sguardo interpretativo a ciascuno dei tre più recenti libri del work in progress.

Jacob Hoefnagel (1573-1632), Orfeo incanta gli animali con la musica (1613)

Il Cacciatore Celeste

          Fu un momento decisivo per ogni storia a venire quando un esemplare del genere “homo”, erbivoro dall’origine, uccise un animale e se ne cibò, imitando i predatori di cui era vittima. Come Caino fonda le culture dopo l’assassinio di Abele, così per la paleoantropologia un atto sanguinario, che cambiò l’assetto del regno animale, avvia l’ominizzazione. Il primordiale “homo” evolve nella tecnica di predare e si tramuta nella notte dei tempi in cacciatore. Ma al sorgere della caccia si affrontavano due esseri speculari e non distinti l’uno dall’altro. L’inseguito, oltre che animale, poteva essere “un uomo trasformato o un dio o uno spirito o un morto”, osserva Roberto Calasso nelle prime pagine del Cacciatore Celeste. Strategia di agguati e sparizioni, la caccia alimentò e anzi “fu” la conoscenza.
          Quando scoprì la freccia e il giavellotto, già un senso dell’invisibile, misto a un altro, di colpa per la violenza arbitraria sull’animale, agiva nella “misteriosa” coscienza, della quale le stesse più aggiornate discipline psicologiche e neurologiche sanno tuttora poco o nulla, rifiutando peraltro l’ipotesi scientifica, da cui potrebbe derivare un rivolgimento copernicano, di Julian Jaynes in Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza apparso in inglese nel 1976.
          Nell’età dei miti, che è il nostro ieri, in ogni cultura si celebrò il Cacciatore eroe assunto in cielo: i Greci lo chiamarono Orione assegnando una costellazione a lui e al suo cane Sirio. L’avvento della caccia è la premessa e il sottofondo di un libro che dà altri significati al viaggio di Darwin, con riferimenti a studi in corso e a quella universalità dei saperi che Calasso sa padroneggiare. Ma Il Cacciatore Celeste è anche un’opera di letteratura assoluta, un mosaico di tessere leggibili per bellezza di stile pari al rigore analitico. Ciascuno dei 14 capitoli ha una compiutezza, che forse spicca in quelli dedicati a Ovidio, rappresentante per eccellenza di una possibile idea di letteratura assoluta in epoca classica nella sua stessa dichiarazione che gli dèi hanno bisogno dei poeti perché si sappia di loro e siano celebrati, e poi a Platone, a Plotino, a Eleusi.

Ritratto di Ovidio (Treccani)

          Dietro il rapporto con l’animale, tuttora falsato, si nasconde quello primitivo con il divino, da cui sgorgarono le idee di santo e sacro, basilari nei riti e nelle leggi delle comunità. Purificare l’animale sacrificato e talora scelto a sostituto di una vittima umana (nel caso esemplare dell’ariete che salvò dal coltello Isacco), cibarsene ritualmente o ridurlo in cenere secondo l’ordine del dio (Iahvè lo esigeva dal suo popolo), fu la via di pacificazione con l’invisibile e l’aldilà, di riequilibrio dei ruoli tra i mortali e gli immortali, di pagamento nel senso di un do ut des per il bene della vita, che è innanzitutto sangue vivo come si ripete a più riprese nell’Antico Testamento.
          Dai miti olimpici, dagli Egizi cui era sacra la vita di molti animali, da tragici, storici e filosofi greci, e dall’India vedica Calasso recupera le tracce dello smisurato processo con cui la mente ha acquisito la percezione dell’esterno reale e quella dell’interiorità. Per Platone c’è un nesso tra caccia e conoscenza, e Calasso lo estende anche allo scrittore, che “segue l’animale-guida” e “precisato qualcosa da scoprire” gli dà la caccia. Sempre chi conosce “trafigge il suo oggetto”. Altro sa e fa chi, come nei misteri eleusini, apprende l’arte della “visione” e del “puro atto del guardare”. In una sentenza di Aristotele era questo il culmine della filosofia: lo stato iniziatico e pacificante della visione donata a Eleusi.

Situata nell’Attica occidentale, l’antica Eleusi si affaccia sulla baia di Elefsina e sull’isola di Salamina, a circa 17 chilometri da Atene. Era la sede di un centro religioso molto importante in cui i Misteri Eleusini si svolgevano ogni anno in onore della dea Demetra.

L’innominabile attuale

          Da più di tre decenni il Magnum opus di Calasso procede in un intreccio di alta prosa narrativa e critica inarcata su una pluralità di conoscenze, filosofiche e religiose, letterarie e artistiche, o anche scientifiche dalla paleontologia alla fisica e alle più recenti teorie su coscienza e intelligenza artificiale. In tutte queste metamorfosi è una prosa di inalterabile caratura stilistica, acquisita in conformità al motto di Karl Kraus, di cui Calasso tradusse e curò i Detti e contraddetti: “Chi scrive male pensa male”.
          Sono così nati i libri sui miti greci e sull’India vedica, e i ritratti di artisti epocali come Kafka, Tiepolo e Baudelaire. Viaggiatore con uguale competenza nel mondo antico e nella cultura moderna, Calasso tracciò di quest’ultima un’essenziale cartografia nella Rovina di Kasch, all’avvio nel 1983 della sua “opera in corso”, il cui nono volume del 2018 ha un titolo tratto da una pagina del primo: L’innominabile attuale.
          Già allora egli scriveva che la sensazione più acuta del presente era di muoversi su “un terreno friabile”, dalle linee sdoppiate e visuali variabili: si avvertiva di vivere come in una nube di inconsistenza, in un “innominabile attuale”. Questa terra di nessuno, in cui tutti sembrano finiti, è ora perlustrata da Calasso nei contenuti più evidenti di turismo e terrorismo (endiadi cui è intitolata la prima parte del libro) e la diffusione planetaria di una società fine a se stessa ed esposta al “caos algoritmico” dell’enciclopedia informatica tendente a un infinito digitabile.
          Nello scenario del progressivo potere telematico agiscono però ancora indomabili forze arcaiche, come quelle sacrificali che nel terrorismo islamista innescano il meccanismo strategico delle vittime casuali. Intorno al divino e al religioso egli anche qui esprime idee luminose, soffermandosi in controluce sulla figura dell’Homo saecularis (così definito già nel Medioevo), turista del globo e credente nella religione sociale, che “parla con più voci, spesso divergenti”, è di norma progressista e umanitario e “applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati”.

Roberto Calasso

          La seconda parte presenta un impressionante documentario in prosa con voci di scrittori e protagonisti (anche sul fronte illiberale, come Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, coscienti con lucidità estrema di quanto fosse in gioco nella guerra) del periodo dal 1933 al ’45, in cui il mondo compì “un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito”.
          Calasso cerca il senso chiarificatore in brani di diario e lettere, in carte disseminate, in “discorsi segreti” come quello di Himmler nel ’43, in cui ufficializza l’ordine già in vigore della Shoah. Il volto di Medusa dell’Innominabile attuale si manifesta a quel punto, mentre ancora infuriano le due forme funeste e speculari, per un tratto alleate e poi nemiche, di Stato divinizzato nel feticcio di un capo assoluto in Germania e in Unione Sovietica.
          Nello schermo di un sogno Baudelaire vide quello sguardo meduseo fissarsi su un’alta torre provocando un’immane rovina. Il racconto poco noto dello strano messaggio onirico che il poeta sognando avrebbe voluto trasmettere alle “nazioni” è citato integralmente da Calasso nella chiusura del suo libro per le sorprendenti affinità con il crollo delle Torri Gemelle. È quasi un avvertimento dato dal poeta per eccellenza moderno nello spingersi “au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau”, e vissuto ai confini dell’Innominabile attuale, sulla necessità incombente di capire cosa esso sia e difendersene in tempo.

Joachim Patinir (Dinat o Bouvignes, Belgio, 1485 circa – Anversa, Belgio, 1524), «Distruzione di Sodoma e Gomorra» (1524 circa), Boijmans van Beuningen Museum, Rotterdam

Il libro di tutti i libri

          La frase di Goethe, tratta dal suo West-österlich Divan e posta a epigrafe del volume X della Grande opera in corso, secondo cui “libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrare come in un secondo mondo”, dove smarrirsi ma anche essere illuminati e perfezionati, risuona quale avvertimento e monito per ogni lettore della Bibbia al tempo della religione sociale, valore coesivo dell’innominabile attuale.
          Costui del resto, già di per sé superstite ai molti di epoche non lontane che trovavano una Bibbia nel comodino di una stanza d’hotel (Pessoa in una tale occasione ne ricavò una poesia stupenda dopo averla aperta a caso sul “se non avessi la carità” di Paolo), può sentirsi appartenente a un “secondo mondo” di fronte a violente affermazioni testuali veterotestamentarie contro dèi e popoli stranieri, e dinanzi persino a parole sferzanti di Gesù, di passaggio nel territorio non giudeo fra Tiro e Sidone, quando risponde d’emblée alla donna “sirofenicia” (la definisce Marco, e “cananea” Matteo) che gli chiede aiuto per la figlia indemoniata: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. La Vulgata, pur disponendo del termine catulus, corrispettivo dell’originale greco, traduce sia in Matteo che in Marco “canibus”.
          Traduttore dall’Antico Testamento e refrattario al cristianesimo, Guido Ceronetti diceva che “il sacro è una lama tagliente”, con un’apparente metafora ma una sostanziale letteralità, poiché esso si genera dal sacrificio che è innanzitutto, come la Bibbia degli Ebrei e dei cristiani illustra con quasi ossessive ripetizioni, un atto di sangue. Anche il sacrificio in croce di Cristo avviene per spargimento di sangue, e tale si commemora nella messa con la consacrazione eucaristica e il sacrificale ingerimento della particola e del vino, in sostituzione (procedimento essenziale della dinamica sacrificale sublimata in rito) dei reali corpo e sangue. Ma secondo le teorie di René Girard, già in La violenza e il sacro e poi in Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo che io stesso tradussi per Adelphi nei primi anni Ottanta, con la sua rivelazione sull’innocenza della vittima sacrificale Gesù inceppa il meccanismo planetario del capro espiatorio e terremota le basi del mondo sacrificale.

Mosè e il roveto ardente (attribuito a Paolo Veronese, 1528-1588)

          Nel Libro di tutti i libri Calasso tratta dell’Antico Testamento alla pura lettera, denudata o scrostata dalle innumerevoli sovrapposte pitture esegetiche cariche di sovrasensi simbolici, allegorici o più semplicemente morali sia di ambito rabbinico (garante dell’ebraismo dopo la distruzione del Tempio) sia di matrice cristiana, patristica prima di tutto. È un racconto non tradizionale del Dio, dei fatti e dei personaggi biblici dalla Genesi ai Profeti e alla rovina decretata dall’imperatore Tito, ma essa fa risorgere la lettera morta della Bibbia, spesso imbalsamata da buona fede confessionale, e a tratti la riaccende come fuoco di un roveto ardente. Ci fa conoscere, per quanto tramandato dalla Sacra Scrittura, il “vulcanico” Iahvè, dio “geloso” per sua ammissione, nemico efferato di dèi e popoli stranieri a quello suo di elezione, per i quali ordina spesso ai suoi fedeli l’annientamento, il terrificante herem che riduca in polvere i viventi ostili, compresi gli animali grandi e piccoli, gli alberi e ogni vegetale di loro proprietà. 

Elia nel deserto, di Daniele da Volterra (1509-1566)

        Ma Iahvè è anche un Dio che si smentisce, mutevole nei suoi pensieri come il vento o la lieve brezza che annuncia, per esempio a Elia, l’arrivo della sua presenza. Nemico assoluto degli idoli e delle immagini, il cui divieto è scolpito nel primo dei Comandamenti, è egli stesso il primo paradossale Idolatra nel creare l’uomo “a sua immagine”. Su tale punto Calasso ha parole decisive: “Mentre tutti gli altri comandamenti riguardano il comportamento di ogni giorno, il divieto sulle immagini è metafisico e si presenta come la via per capire la peculiarità del Dio unico. Non era il primo tra gli dèi a tentare di imporsi accantonando tutti gli altri, come ben sapeva chi veniva dall’Egitto e aveva serbato memoria di Ekhnaton. Iavhè aveva creato l’uomo, un essere che con le immagini respirava e di immagini si nutriva, già nell’incessante lavorio della mente – e ora doveva rinunciarvi, forzando la propria costituzione”.
          La negazione delle immagini comportava la perdita dei rapporti con il cosmo, “in quanto gli dèi erano intrecciati al cosmo. E le immagini permettevano di passare, di ramo in ramo, dall’uno all’altro degli elementi del cosmo, fino agli dèi – e tornando dagli dèi”.
          La proibizione delle immagini era il principale dei divieti, perché “nulla poteva segnare una separazione più radicale non solo dagli dèi, ma da ogni forma della natura”. Iavhè non si servì di ragionamenti metafisici nelle sue disposizioni, limitandosi a esigere la distruzione dei simulacri tacciati di avere “occhi che non vedevano, orecchie che non udivano, bocche che non parlavano”. Erano accuse per le quali – annota Calasso – i dotti pagani “non potevano trattenere un sorriso di compatimento”.

Ekhnaton, sotto forma di sfinge, mentre adora Aton. Museum August Kestner, Hannover.

          L’opposizione della legge di Iavhè a tutte le altre aveva tuttavia una portata dirompente, si può dire, nella stessa storia del mondo: “Iavhè aveva introdotto una legge autosufficiente come il suo nome” rispetto alla quale “la catena della necessità poteva essere, al più, la catena delle colpe. Nulla sarebbe bastato a colmare lo iato fra la legge e il cosmo. Per questo ‘il meno numeroso fra tutti i popoli’ si era trovato in mano l’arma più potente. Ed era giusto che quel distacco avvenisse in una particella minuscola del tutto, poiché appunto quel tutto doveva essere respinto”.
          Colpa e grazia sono le due opposte polarità dell’esistenza biblica, tramutate dalla sua legge in condanna ed elezione. Grazia ed elezione sono sempre gratuite, esenti da qualsiasi considerazione del merito di un individuo, della sua bona voluntas. Iahvè sceglie e dona il suo favore seguendo pensieri e disegni estranei alla mente umana: così un giorno della catena del tempo egli strappa il settantacinquenne Abramo al flusso anonimo della storia e gli ordina: “Va’ via dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che ti mostrerò”. E Abramo lasciò con la famiglia Ur in Mesopotamia, fidando nella promessa e realtà di un altro paese per lui e i suoi discendenti. Principio costitutivo della storia umana è per Iavhè la separazione, il nucleo che si stacca dal “tutto” rappresentato nella Bibbia dall’Egitto, il popolo eletto distinto dall’ammasso di popoli sui quali non è scesa la sua elezione.
          Alcune generazioni successive alla triade fondativa dei Patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe (il cui penultimo e prediletto figlio, Giuseppe venduto dai fratelli, raggiunse l’Egitto e un elevato rango alla corte del faraone), Iahvè dopo essersi attenuto per un certo tempo al criterio del laissez faire sugli eventi del suo popolo, finito pure esso nell’Egitto ricco d’ogni bene intellettuale e materiale oltre che religioso, dove per tale senso di autosufficiente compiutezza la parola “uomini” era il nome stesso dei suoi abitanti e non di altri, mette in moto l’esodo verso la Terra Promessa, eleggendo come guida Mosè.

Il Giudizio Universale, la Città Celeste (Le anime nel seno di Abramo, qui affiancato da Isacco e Giacobbe) – Battistero di Firenze

          A giudizio di uno dei maggiori egittologi contemporanei, Jan Assman autore di Mosè l’egizio e La distinzione mosaica, il legislatore che sul monte Tabor ricevette le Tavole è una figura della tradizione orale, sulla quale manca una traccia storica. Sulla scorta di quanto tramandato senza riscontri oggettivi si potrebbe tutt’al più ipotizzare che sia stato un alto funzionario dell’età dei Ramessidi, forse del celebre Ramses II. Calasso si attiene alla lettera del racconto biblico in un lungo capitolo intitolato a Mosè che, insieme a quello su Salomone, è una vetta narrativa e speculativa del Libro di tutti i libri.
          La “distinzione mosaica” riconosce Iahvè, dio ancora confuso tra la folla degli altri dèi nella discesa sulla ziqqurat per controllare la crescita della torre di Babele, come unico Dio vero e “false e bugiarde” le divinità del mondo intero, fino a quel momento collegate per tutte le culture dal principio della traducibilità di ogni dio in un corrispettivo di religioni diverse. Ma il politeismo ha una lunga storia nella Bibbia, forse già nel primo nome genesiaco del suo Dio, Elohim, che è un plurale e potrebbe venir meglio tradotto, scrisse Jaynes, con “i grandi, i preminenti, le maestà, i giudici, i potenti ecc.”.
          Salomone “introdusse il culto delle Asherah e addirittura sulle alture di fronte a Gerusalemme aveva eretto simulacri in onore di Astoreth”. Asherah era la dea nuda, dai molti nomi, madre di Astarte, mitica regina di Tiro e Sidone, dove veniva chiamata Astoreth: per gli Ebrei “fu una perpetua ossessione”, bastava alzassero gli occhi e “riconoscevano, sulle alture, il profilo di simulacri intagliati con il rilievo di una donna nuda”. Perfino il sontuoso Tempio del grande re, cui furono attribuiti due capolavori quali l’Ecclesiaste o Qohélet e il Cantico dei Cantici, accolse o anche nascose, nella sua storia senza pace e infine drammatica, vietati simulacri di culti politeisti. Nella civiltà ebraica Salomone, forse imputabile dei peccati d’aver desiderato la roba e la donna d’altri se accumulò immense ricchezze e una famiglia di settecento mogli e trecento concubine, può dirsi lo scopritore dell’estetica; ed essa non può essere altro che un culto di immagini, come mirabili chiese cattoliche, in una profusione d’arte, ancora illustrano quotidianamente.

Il Tempio di Salomone (ricostruzione)

          Il Tempio di Salomone fu il centro cosmico per ogni ebreo e il luogo dei sacrifici. Il sangue sacrificale che scorse nei secoli in esso, e nel secondo Tempio che lo sostituì dopo la sua rovina, fu inaugurato dall’ecatombe celebrativa del giorno in cui l’Arca venne introdotta “al suo posto nel santuario della Casa, il Santo dei Santi, sotto le ali dei Cherubini” e, secondo il dettato delle Cronache bibliche, “il re Salomone immolò a gloria di Iavhè ventiduemila buoi e centomila montoni”.
          Peculiare nell’ebraismo è la connessione tra il sangue dell’immolazione e due realtà affatto spirituali come la Sacra Scrittura e la lettura di essa. Dopo la concessione delle Tavole, spezzate di ritorno dal Tabor alla vista del Vitello d’oro del dio Baal, e il loro rifacimento a opera di Mosè, egli provvide a scrivere la Legge e comporre il Deuteronomio. All’indomani della sua opera, costruì un altare con dodici pietre intorno, a simbolo delle tribù d’Israele, e ordinò una serie di sacrifici, raccogliendo catini di sangue degli animali uccisi. Quindi egli stesso, secondo l’Esodo, “prese il libro dell’Alleanza e lo lesse ad alta voce davanti al popolo”; al termine asperse gli astanti con il sangue sacrificale dicendo: “Ecco il sangue dell’Alleanza che Iahvè ha concluso con voi secondo tutte queste parole!”.
          Il nesso tra il sangue e il libro, sconcertante per una coscienza moderna, è spiegato da Calasso coerentemente alla prospettiva biblica che assegna a Iavhè l’assoluta signoria sulla vita e di conseguenza sul sangue che ne è l’elemento basilare: anche per tale ragione Dio creatore predilige i sacrifici sanguinari dei primogeniti del gregge di Abele a quelli dei prodotti della terra di Caino. Libro e sangue erano entità nella cultura ebraica necessarie l’una all’altra e non disgiungibili. Il sangue rispetto al libro forniva una sostanza “dove la parola potesse immergersi e da cui potesse emergere. Ma il sangue al tempo stesso contaminava. Era sangue di animali uccisi. Era ciò che è vivente, ma anche ciò che diventa visibile soltanto attraverso l’uccisione”.

Il profeta Osea, Scuola dei Carracci (1600-1649)

          Il sangue di cui Iavhè era il padrone rappresentava l’invisibile nel corpo stesso della vita e per tale motivo metafisico, poi oscurato dalla coscienza umana, diveniva proprietà divina e pagamento da parte degli uomini del riscatto delle loro vite. Perciò un giorno il Redentore messianico sarà concepito come colui che nel sacrificio rivelatore dell’innocenza in luogo della colpa della vittima paga il riscatto di tutte le vite. Per Calasso “il sangue era l’invisibile che si manifestava con l’uccisione. Se si voleva giungere all’invisibile, occorreva passare dall’uccisione, inflitta o subita”.

Il libro di tutti i libri, né in quanto Bibbia nel senso goethiano né in quanto opera di Roberto Calasso, non si addice ad anime belle e fiduciose nella propria ideologia, ma a spiriti forti che abbiano il raro coraggio della verità anche nell’ambito verbale e testuale delicatissimo, perché confinante con l’inconoscibile e l’ineffabile, dei rapporti umani con il divino. Con questo coraggio il profeta Osea inceppò idealmente l’immane meccanismo sacrificale della Bibbia attribuendo a Iavhè la sentenza: “Voglio la misericordia e non i sacrifici; preferisco che il mio popolo mi conosca, piuttosto che mi offra olocausti”. E circa sette secoli dopo Gesù si ricollegò a Osea, dicendo ai farisei: “Se sapeste che cosa è: Voglio la misericordia e non i sacrifici, mai avreste condannato innocenti”.

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Rolando Damiani ha insegnato nelle Università di Padova e Venezia.
Ha curato l’opera di Leopardi nei Meridiani di Mondadori, pubblicando anche per lo stesso editore la biografia All’apparir del vero (stampata in tre collane e tradotta all’estero) e un Album Leopardi. Per i Meridiani ha anche allestito le Opere di Giovanni Comisso e le Opere scelte di Giovanni Arpino.
Da altri editori sono stati stampati cinque volumi di suoi saggi letterari. Ha tradotto e curato per Bompiani Lo spirito di perfezione di Georges Roditi, e per Adelphi gli Scritti di Rodez di Antonin Artaud. Molti suoi articoli sono apparsi in quotidiani e riviste. Partecipa a giurie di premi letterari ed è socio ordinario dell’Accademia Olimpica fondata nel 1555 da Palladio e altri.

Foto di copertina: Il lago d’Averno con Enea e la Sibilla Cumana, di William Turner (1798)

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