«Sound&Art – Dall’arte del suono al suono dell’arte». Prima parte (Alvin Curran e Jannis Kounellis)

Sound&Art
(Prima parte)
Alvin Curran e Jannis Kounellis
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Dall’Arte del Suono al Suono dell’Arte
di Roberto Favaro

 

          Il tema di fondo del progetto, sostenuto dal Miur – Afam (Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica), promosso e coordinato dall’Accademia di Belle Arti di Brera e coprodotto con l’Accademia di Belle Arti di Venezia e il Conservatorio di Musica ‘Benedetto Marcello’ di Venezia, con la partecipazione dell’Accademia di Firenze, si concentra sulle molteplici relazioni, oggi sempre più intime e articolate, tra la musica (o più estesamente il suono) e le diverse discipline artistiche e della comunicazione.

            La musica o, meglio, il suono, fanno sempre più parte integrante e integrata dei progetti creativi afferenti agli ambiti delle arti visive e plastiche, dell’architettura, del paesaggio, della letteratura, della video-arte, dell’azione performativa e scenica, in una rinnovata concezione dei rapporti tra linguaggi dello spazio e discipline del tempo. Tema peraltro intensamente dibattuto fin dagli inizi del ‘900 nell’ambito delle avanguardie artistiche e musicali, quello del rapporto visivo-sonoro si è nutrito negli ultimi decenni di ulteriori stimoli e soluzioni provenienti dagli sviluppi tecnologici incrementati nel campo dei dispositivi di produzione, diffusione, manipolazione, registrazione, spazializzazione del suono, oltre che nei nuovi ambiti del Sound Design e dei cosiddetti sound studies, intesi questi ultimi come territorio espanso oltre il tradizionale limite disciplinare, definitorio e concettuale della musica e della musicologia (per esempio i soundscape studies, l’industrial Sound Design, l’analisi e la teorizzazione della sensorialità uditiva, la zoomusicologia, infine, ma non ultima, la Sound Art).

Inaugurazione di SOUND&ART. Da sinistra, Mario Pieroni, Roberto Favaro (Vicedirettore Accademia di Belle Arti di Brera e direttore di Sound&Art), Nicola Cisternino e Giuseppe La Bruna (Direttore Accademia di Belle Arti di Venezia)

         Sulla scorta di questo scenario in continua mutazione e innovazione è sembrato importante e perfino urgente elaborare un progetto che, aggregando le energie dei due maggiori ambiti istituzionali preposti alla formazione di artisti e musicisti (Accademie e Conservatori), mettesse al centro la questione delle molteplici e reciproche rifrazioni attivate dall’incontro tra oggetti visivo-espositivi e oggetti sonori intangibili, diffusi e proiettati nello spazio. O meglio, si è pensato di innescare, attraverso l’esposizione di alcuni manufatti plastico-visivi implicanti il tema sonoro o musicale, alcune tra le innumerevoli, possibili conseguenze in ambito sonoro. Lo stesso panorama di realtà coinvolte nel progetto, oltre a quelle istituzionali riferibili a MIUR-AFAM, manifesta pienamente la natura molteplice e interconnettiva tra i diversi linguaggi delle arti: l’Associazione Zerynthia, Icarus Ensemble, l’Associazione Gli Amici di Musica/Realtà, la Fondazione Pinuccio Sciola.

Modalità didattica, espositiva, performativa

           Lo spazio di Forte Marghera, di proprietà dell’Accademia di Venezia, individuato come particolarmente idoneo alla realizzazione del progetto, è stato il teatro di un’articolata esperienza didattica, espositiva e performativa. Sul piano della didattica, sono stati coinvolti studenti afferenti a diversi ambiti disciplinari e provenienti sia dalle Accademie di Belle Arti, sia dai Conservatori di Musica. La modalità di coinvolgimento e di impegno didattico degli studenti è stato quello del workshop organizzato in moduli materie laboratoriali. Sul piano della  realizzazione espositiva, sono stati proposti tre autori plastico-visivi emblematici delle interrelazioni tra arte e suono/musica. Le opere individuate rinviano a diversi modi di essere sonoro/musicale di un manufatto scultoreo che potremmo riassumere nelle modalità del suono evocato, cioè del suonare per l’occhio, della scultura che si fa strumento, dello strumento che si trasforma in scultura. Le opere proposte appartengono ad altrettanti artisti particolarmente significativi della scena artistica e musicale del nostro tempo: Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e Pinuccio Sciola. Sul piano performativo, i tre autori sono stati epicentro e insieme detonatore di eventi musicali, multimediali e spettacolari, sia nella forma del concerto tematico, sia nella forma di un happening gestuale, sia nella forma dell’installazione di SoundArt (work-shop ed evento sonoro inaugurale con Alvin Curran, fra i padri della SoundArt e dell’arte paesaggistico-sonora) intesa come progettazione complessiva dello spazio sonoro e paesaggistico e al tempo stesso come specifica realizzazione generata dalle potenzialità acustiche e visive delle opere proposte.

Allestimento concerto, Alvin Curran e Paolo Zavagna

La didattica

           Il progetto prevedeva un percorso formativo orientato sulle diverse discipline coinvolte e svolto sotto forma di workshop, conferenze, lezioni frontali. Per la parte espositiva sono stati coinvolti studenti di pratica curatoriale e di grafica delle Accademie di Belle Arti. Per quanto riguarda il versante sonoro-musicale, hanno partecipato al progetto gli studenti, in particolare (ma non solo) di Sound Design delle Accademie di Belle Arti di Venezia, di Milano e di Firenze, gli studenti del Conservatorio di Venezia, oltre agli studenti del Master “SoundArt – Sound design for art and entertainment in the creative industries” promosso dal Consorzio Ard&nt Institute costituito dall’Accademia di Brera e dal Politecnico di Milano.

Foto di gruppo. Da destra, Carlo Crivelli, Mario Pieroni, Arnoldo Mosca Mondadori, Roberto Favaro, Dora Stiefelmeier e Nicola Cisternino

Le opere visivo/sonore esposte: Pistoletto | Kounellis | Sciola

           Si sono individuati tre autori (Michelangelo Pistoletto – Jannis Kounellis – Pinuccio  Sciola), le cui  fascinosissime opere plastiche sono riferibili ai diversi modi prima anticipati di intendere la scultura sonora: 1. oggetto plastico che, per via della forma e del contenuto, evoca la musica, la fa immaginare, la richiama attraverso la vista; 2. oggetto scultoreo spinto ad assumere i connotati di strumento sonante; 3. strumento musicale trasfigurato nella forma fino ad assumere un esplicito carattere scultoreo. Tutti e tre i nuclei di opere sono stati predisposti, per propria natura o per specifico repertorio a esse dedicate, a configurare un programma concertistico e performativo, oltre che un lavoro installativo sonoro e/o audiovisivo.
Le opere sono state esposte dall’8 al 18 ottobre 2019 presso gli spazi dell’Accademia di Venezia a Forte Marghera. Le azioni sonore installative, performative e concertistiche.

Sul piano performativo, i momenti musicali (6 concerti in tutto) sono stati distribuiti in quattro giornate:

1)  l’8 ottobre, evento inaugurale con la performance/concerto di Alvin Curran;
2) il 10 ottobre, “Il violino di Kounellis” con musiche di Carlo Crivelli e Nicola Cisternino;
3) il 14 ottobre, “Le trombe del giudizio”, azione gestuale performativa  sonora intorno all’opera di 
Pistoletto
4) il 18 ottobre, 2 concerti intorno alle opere di Kounellis e Sciola.

           Il progetto prevedeva, dunque, quattro eventi concertistici, collegati ad alcuni workshop per gli studenti di Sound Design delle Accademie e dei Conservatori. I quattro spettacoli hanno coinvolto anche azioni gestuali di interazione con gli strumentisti e le sculture/strumento. Inoltre, è stata prevista la partecipazione diretta degli studenti ad alcuni degli eventi performativi presenti all’interno del Festival, dall’interazione con l’orchestra d’archi dello strumentarium rituale nella composizione “Mai la mia cella si muti in prigione” di Nicola Cisternino, alla performance gestuale-sonora “Le trombe de Giudizio” di Michelangelo Pistoletto, alla partecipazione nella preparazione e curatela degli allestimenti. La parte musicale è  stata curata da Icarus Ensemble, con la regia del suono curata da Paolo Zavagna.

Da sinistra, Stefano Mancini, Roberto Favaro, Arnoldo Mosca Mondadori

                Un vivo ringraziamento per la solerte partecipazione organizzativa e ideativa va, oltre che al Prof. Nicola Cisternino, attivissimo fin dalle prime fasi del progetto, al Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera Prof. Giovanni Iovane, al Direttore ell’Accademia di Belle Arti di Venezia, Prof. Giuseppe Labruna, al Direttore del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, M° Marco Nicolè, ai Professori Stefano Mancini e Paolo Parisi, rispettivamente delle Accademie di Venezia e Firenze, Paolo Zavagna del Conservatorio di Venezia, agli studenti delle varie Istituzioni che hanno aderito al progetto.

              Un ringraziamento particolare, infine, alle persone che generosamente hanno prestato le opere qui esposte aderendo con convinzione ed entusiasmo al nostro progetto: Arnoldo Mosca Mondadori e la Fondazione Casa della Spirito e delle Arti per il Violino di Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto per le sue “Trombe del giudizio”, Chiara, Maria e Tomaso Sciola per le meravigliose “Pietre sonore” del padre Pinuccio.

Roberto Favaro, Direzione del progetto, Vice Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera

 

 

 ALVIN CURRAN

«Non c’è differenza tra Alvin Curran compositore e musicista e il modo in cui
cammino e vivo. È tutto uguale, tutto intorno a me è una sala da concerto.
Io vivo nella mia sala da concerto, ovunque sono» (Alvin Curran)

Lo sperimentalismo radicale e una sorta di congenita ‘volatilità’ hanno per lungo tempo sospinto Alvin Curran e la sua opera imponente ai margini della storia della musica contemporanea: la sua esperienza così vasta e multiforme è apparsa perlopiù refrattaria alle catalogazioni e alle ricostruzioni standard ed è in qualche modo sfuggita alle gabbie concettuali della musicologia in Occidente. Storico fondatore a Roma nel 1966 assieme a Frederic Rzewski e Richard Teitelbaum del gruppo Musica Elettronica Viva (MEV) un gruppo che promosse la libera improvvisazione con oggetti sonori, strumenti di ogni tipologia, suoni d’ambiente strumenti elettronici dell’epoca, Alvin Curran rappresenta uno dei padri originari della SoundArt e dell’interazione suono-natura-elaborazione elettronica con storiche produzioni discografiche degli anni ’70 come Canti e Vedute del Giardino Magnetico, i Canti illuminati al ciclo dei Riti marittimi in varie città del mondo, affiancate nei decenni da un continua ricerca ed espansione organica e di reticolare e complessa comunicazione tra uomo-suono, ambiente e natura.

Alvin Curran suona la conchiglia

 

ALVIN CURRAN, LEGGERO E MONUMENTALE

di Arianna Niero

               Da martedì 8 ottobre i suggestivi spazi del Padiglione 35 di Forte Marghera hanno ospitato la prima edizione di SOUND&ART – Dall’arte del suono al suono dell’arte. Il progetto, sostenuto dal Miur – Afam (Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica), promosso e coordinato dall’Accademia di Belle Arti di Brera insieme con l’Accademia di Belle Arti di Venezia e il Conservatorio di Musica ‘Benedetto Marcello’ di Venezia, con la partecipazione dell’Accademia di Firenze, ha avuto lo scopo di promuovere e allo stesso tempo innescare nuove relazioni tra le arti che operano nello spazio visivo e quella che invece scandisce il tempo, ovvero la musica, o meglio l’arte dei suoni. Le sonorità evocate dalle opere di Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Pinuccio Sciola hanno aperto le mura del Forte ed accolto per l’evento inaugurale di martedì 8 ottobre uno dei più grandi musicisti e compositori viventi, Alvin Curran.

               Nato a Providence, classe 1938, dotato di quello spirito dell’instancabile esploratore di suoni che gli ha permesso di dilatare il tempo e non sentire per niente le ormai superate 80 primavere. Fin da bambino è immerso in un ambiente musicale, grazie al padre musicista e agli studi di pianoforte che i genitori vollero intraprendesse fin da piccolo. Compie gli studi alla Yale University di New Haven negli USA, è allievo di Elliot Carter, grazie al quale giunge in Europa intorno agli anni ’60. A Berlino ha modo di conoscere tra gli altri, Igor Stravinsky, Iannis Xenakis, Luciano Berio e Frederic Rzewski, con l’ultimo dei quali fonda nel 1966, dopo essersi trasferito a Roma, il gruppo di improvvisazione libera Musica Elettronica Viva (MEV). Dal 1964 inizia quindi il suo soggiorno italiano, in un ambiente in quegli anni artisticamente e musicalmente molto vivace, popolato da personalità come Bruno Maderna, Luciano Berio e Luigi Nono, Franco Evangelisti e Giacinto Scelsi (compositori, questi ultimi, ai quali Curran resterà particolarmente legato).

               Alvin Curran, protagonista dei primi esperimenti con l’elettronica, è compositore e improvvisatore, unisce musica colta e popolare, strumentazione classica e suoni registrati, amplia i confini della musica tradizionalmente concepita per sale da concerto, realizzando performance musicali nei suoi cosiddetti “laboratori naturali”, come laghi, parchi, porti e dolmen.

Alvin Curran in concerto

               Così quando lo scorso martedì 8 ottobre si ritrova in un capannone spoglio e abbandonato come quello di Forte Marghera, non si sente a disagio, anzi la sua presenza delicata e allo stesso tempo monumentale si fa subito sentire, echeggia attraverso il pianoforte e la tastiera MIDI posti al centro dello spazio. Per uno strano scherzo del caso, un calabrone si appoggia proprio sui tasti della tastiera nella quale Curran era intento a ultimare i preparativi per il workshop che sarebbe iniziato da lì a pochi minuti. Lui a quel punto si ferma e fissa l’insetto, poi preme qualche tasto, spera nell’infinito potenziale creativo del caso e della natura, ma il calabrone, forse intimorito dalla presenza del grande musicista americano, non accoglie la sfida e viene così allontanato.

               Poter fare la conoscenza e stringere la mano a un maestro di tale caratura è stato un enorme privilegio, così come poter ascoltare nel suo italiano ormai pressoché impeccabile le tappe della sua vita da esploratore di suoni. Ci racconta come era per lui diventato impensabile uscire di casa senza un registratore, a quel tempo non ancora di dimensioni facilmente tascabili, ma tutta la fatica non pesava, la sola cosa che importava era riuscire a catturare nuovi suoni, nuove sinfonie dall’ambiente circostante.

               Da allora Curran ha accumulato un vero e proprio archivio sonoro da cui di volta in volta sceglie i suoni per le sue composizioni, alcuni di questi si sostituiscono a tratti alle parole che egli usa durante il workshop: niente è più esaustivo del suono dell’inconfondibile risata dell’amico John Cage, il quale occupa inevitabilmente un posto a lui esclusivamente dedicato nella vasta gamma di suoni registrati. Ricordo una serata in cui ero con John nel suo loft di New York tra la 18 e la 6 strada. Un crocevia trafficatissimo. Riuscivamo a malapena a intuire le parole delle nostre conversazioni, così chiesi a John di chiudere le finestre del suo appartamento ma lui non volle saperne assolutamente. Quando gli chiesi perchè, lui mi rispose che la musica lì fuori era troppo bella” (cit, Alvin Curran).

               Dalle parole di Curran traspare il suo essere infinitamente umile, fuori da ogni tipo di divismo, anarchico della musica e dei suoni, deciso a rimanere in quello spazio libero, lontano da qualsiasi accademismo o trappola discografica. Lo testimoniano le sue prime sperimentazioni degli anni ’60, così come le numerose opere composte dagli anni ’70 in poi, come “Canti e Vedute del Giardino Magnetico”, la sua prima composizione solista, prodotta dall’etichetta discografica Ananda, fondata insieme a Roberto Laneri e Giacinto Scelsi, altro grande compositore geniale che Curran prende a modello.

               La sua anima estremamente gentile e autentica si svela attraverso l’assoluta semplicità con cui sorride, parla e condivide le sue scoperte, frutto di anni di instancabile ricerca sonora. Come quella che presenta alle 20.30 attraverso “Libri D’Armonia XXL”, per voce, conchiglia, Shofar, tastiera MIDI, computer e oggetti.

 

Alvin Curran suona il Shofar (prove concerto)

               Il maestro americano inizia il concerto volgendo le spalle al pubblico in un angolo dell’ampio spazio volutamente poco illuminato del padiglione 35, in un’atmosfera solenne al suono dello Shofar, uno dei più antichi strumenti a fiato utilizzati dall’uomo, appartenente oggi alla cultura ebraica e usato in alcune funzioni religiose.

               Il suono di questo corno non produce toni morbidi o delicati, ma profondi che mettono in vibrazione il corpo intero e l’effetto è subito catartico, di liberazione dalle ristrettezze dell’Io.

               Il silenzio tra le mura del Forte risuona più profondo che mai al richiamo del Shofar, risvegliando tutte le frequenze fino a quel momento costrette nella rigidità e nella freddezza dell’architettura. L’operazione viene ripetuta da Curran nei tre angoli dello spazio prima di sedersi al pianoforte collocato al centro del Padiglione.

               La performance prosegue quindi con un’introduzione pianistica che accompagna lentamente lo spettatore all’interno del caos perfettamente equilibrato del mondo sonoro visionario di Alvin Curran. Fraseggi condotti al piano si alternano a repentini cambi di toni e tempo, simili a movimenti tellurici, dettati dall’uso della tastiera MIDI. I suoni più svariati, apparentemente fuori controllo si accordano in maniera impensabile sotto le mani del genio di Providence. Era come assistere al passaggio di tutta la musica del mondo in un frangente di tempo minimo e allo stesso tempo estremamente dilatato. Le mura non esistevano più, si era improvvisamente liberi grazie all’arte della musica e dei suoni.

               La performance si conclude, come era stato per l’inizio, al richiamo di uno strumento a fiato, della conchiglia questa volta, che Curran fa risuonare avvicinando lo strumento all’interno della cassa del pianoforte. Ancora una volta uno strumento antico che rappresenta uno dei modi più arcaici e naturali di produzione del suono, legato ai riti del mare, e attraverso di esso, libera tutte le armoniche della laguna che circonda Forte Marghera. Al termine del concerto l’atmosfera mantiene un’aura di sacralità che viene interrotta dallo stesso Curran dopo gli applausi, con aria ironica e quasi irriverente esclamando: “Bene, ora andiamo a mangiare!”.

               Leggero e monumentale, geniale.

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IL VIOLINO DI JANNIS KOUNELLIS

di Arnaldo Mosca Mondadori*

               Camminava, attraverso i corridoi del carcere di Opera, in silenzio. Era arrivato in macchina dall’Umbria con Michelle, il 3 agosto di un’estate caldissima. Camminando per i lunghi corridoi insieme al direttore del carcere Giacinto Siciliano guardava, salutando i detenuti che incontravamo. «Il punto è che per noi loro sono ‘detenuti’». Quella parola, come uno stigma sociale. «Vorrei fare qualcosa, ma insieme a loro».

               Io pensavo di proporgli un’installazione in uno dei grandi spazi dell’Istituto. Lui no, continuava a guardare.

               Arrivammo nel laboratorio di produzione dei violini, «anch’io suonavo il violino da ragazzo». Parlava con Erjugen e Nicola, i due ‘detenuti’ liutai, con estrema semplicità. Se ne andò cn la sua macchina insieme a Michelle, dopo aver visitato a lungo il carcere.

               Quell’estate con Mario Pieroni partimmo per portare il regalo dei ‘detenuti’ a Kounellis: due violini (costruiti ciascuno in 300 ore di lavoro). Era da quei violini che Kounellis voleva partire, perché nel suo lavoro fosse presente anche quello dei ‘detenuti’. «È per loro che lo faccio». Sulla strada verso casa sua mi mancò il respiro: una crisi asmatica acuta a causa dei pollini. Fui ricoverato in un ospedale nella valle. Ricordo che Kounellis mi raggiunse in pronto soccorso. Avevo in braccio la flebo, nell’altro i violini. Mentre riprendevo vita e Kounellis mi salutava con grande affetto gli consegnai i violini.

               Qualche mese dopo, il primo gennaio 2017. Mi disse che c’era l’idea del lavoro. Tornai a trovarlo e questa volta riuscii a raggiungere la sua casa sul crinale di un colle meraviglioso. Sul suo tavolo c’era un violino: al posto delle corde c’erano quattro ‘corde’ di filo spinato.

               La potenza di quel violino trasfigurato rappresentava con assoluta semplicità tutta la possibilità e l’impossibilità dell’uomo. «Non è ancora finito, vorrei inserirlo come in una ‘cassa’ di ferro perché si possa sentire la chiusura, la ristrettezza della cella».

               Dopo due mesi mi telefonò dicendomi che l’opera era finita. «Sarà un’opera di arte civile, non la venderemo mai. Grazie Gianni» gli dissi. «L’ho fatta perché ci credo davvero» mi rispose. E così l’opera arrivò. Un violino sospeso in una cassa, con quelle corde di filo spinato. È stata la sua ultima opera d’arte.

               Solo poco tempo fa, pensando a Kounellis, vidi accanto al laboratorio dei violini del carcere una matassa di filo spinato sopra un muro.

               Si era voltato forse un istante, in quel giorno d’estate, senza che nessuno lo notasse.

               Con infinito affetto

Arnoldo*

*Direttore della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Milano a cui è stata donata l’opera di Kounellis

Carlo Crivelli, Il violino di Kounellis,  Orchestra d’archi Icarus Ensemble

A Jannis Kounellis

Caro Gianni,

sono in treno – icona così presente nel tuo immaginario – e penso a quanti viaggi abbiamo fatto insieme per mostre o progetti in luoghi lontani o vicini, compagni di strada fin dai tempi di Pescara oltre mezzo secolo fa. Tu mi eri maestro prezioso e generoso.

La libertà è stata la tua bandiera, a volte non condividevamo le tue scelte, ma tu non facevi mai calcoli o piccoli giochi. Alzavi sempre l’asticella per un gioco più alto… ecco questo tu mi hai insegnato, mai essere furbi. Le tue parole sono note per una partitura che, suonate da un violino, strumento da te così amato, diventano pietre per una società a cui tu hai dedicato la tua vita e il genio della tua arte.

Ciao.

Mario Pieroni

 

Carlo Crivelli e l’Orchestra d’archi Icarus Ensemble durante le prove

IL VIOLINO DI KOUNELLIS

Cercare di aprire una cosa fuori da questi muri ossessivi della convenzione. Perché noi con il lavoro che facciamo, cerchiamo di aprire al linguaggio una via non convenzionale, perché il linguaggio è stereotipato e si stereotipa continuamente con l’uso, allora il nostro compito è questo: trovare dei mezzi per aprire più possibilità di comunicazione” (Jannis Kounellis).

di Beatrice Pra Florani

               Il progetto Sound&Art di Forte Marghera, giovedi 10 ottobre, ha proposto in concerto due composizioni interconnesse tra loro e in stretta relazione con le opere visivo-sonore, già installate nello spazio, di grandi artisti: Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto e Pino Sciola. Il concerto che è stato introdotto da una breve presentazione di Roberto Favaro, Direttore del Progetto SOUND&Art e vicedirettore dell’Accademia di Brera, da Mario Pieroni dell’Associazione Zerynthia di Roma che ha reso disponibili le opere in esposizione e da Arnoldo Mosca Mondadori della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Milano a cui l’opera di Kounellis è stata donata.

               È soprattutto attorno all’artista italo-greco che si è svolta la serata di giovedì. L’opera di Jannis Kounellis, fondamentale pilastro dell’arte povera italiana, ha consentito tutta una serie di collegamenti che hanno reso i due concerti veramente in stretto contatto tra loro e soprattutto con il lavoro di Kounellis. L’artista durante tutta la sua vita ha documentato un’epoca in conflitto qual è la nostra. Ci mostra quale eredità è a noi in serbo, la tragicità e la drammaticità sono parole che ritornano nella sua opera. Il segreto di redenzione è per Kounellis la libertà, la libertà onirica e di immaginazione. È la chiave per non farsi omologare da una società massificata che vuole rendere tutti uguali e tutti per il progresso. Libertà è dunque la parola chiave dei due concerti che si sono svolti in questa serata.

Jannis Kounellis e Carlo Crivelli nel laboratorio di liuteria del carcere dell’Opera

               Il concerto ha visto protagonista una giovane orchestra di 11 archi dell’Icarus Ensemble di Reggio Emilia che ha eseguito una partitura di Carlo Crivelli, compositore abruzzese e noto autore di colonne sonore di grandi registi come Marco Bellocchio, Daniele Luchetti, Marco Tullio Giordana, Carlo Mazzacurati e numerosi altri. Vincitore del Premio ‘Goffredo Petrassi’ nel 2010, ha vinto nel 2013 il Premio ‘Ennio Morricone’ del Bari Festival International Film Festival consegnatogli dallo stesso Morricone e nel 2016 il ‘Globo d’Oro della Stampa estera’ per la miglior colonna sonora per il film Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio. Crivelli con le sue composizioni spinge l’ascoltatore a ricercare significati interiori, oltre il racconto, nelle immagini. Rende esplicito, attraverso la musica, ciò che nelle immagini è implicito.

Da sinistra, Carlo Crivelli e Nicola Cisternino

               Il brano Il violino di Kounellis tratta di un omaggio di Crivelli all’amico artista scomparso nel 2017, con il quale l’autore nell’agosto 2016 aveva fatto visita al carcere di Opera alle porte di Milano. Era volontà di Kounellis fare visita ai carcerati lavoratori nel laboratorio di liuteria, ma la sua non fu una visita di circostanza e distaccata. L’artista in quell’occasione svelò che anch’egli da piccolo aveva studiato violino grazie alla guida di una madre pianista; nacque così con i detenuti liutai un profondo scambio fondato sul fatto che la musica poteva essere la loro fonte di libertà. Kounellis chiese di poter avere uno di quei violini costruiti da quelle mani, così qualche mese dopo fece riavere lo strumento ai suoi ideatori apportandone però alcune modifiche: le corde furono sostituite da filo spinato così da rendere quello strumento uno strumento proibito, una musica dolorosa. Kounellis, in questa che è considerata la sua ultima opera in quanto realizzata pochi giorni prima della sua morte, ha dunque creato un legame tra quello strumento di libertà e le mura di prigionia in cui era stato prodotto. E così, all’interno di una cassa di ferro nera il famoso violino ha potuto RISUONARE all’interno delle mura di Forte Marghera. Se infatti le corde sono state rese impossibili da suonare, così non è stato per la cassa di risonanza, la quale continuerà a risuonare in eterno.

Carlo Crivelli, Il violino di Kounellis, Orchestra d’archi Icarus Ensemble

               Nelle spoglie architetture dell’Edificio 35 di Forte Marghera ha così risuonato il prezioso violino con l’esecuzione del brano Il Violino di Kounellis del compositore Carlo Crivelli che nell’occasione della visita al carcere dell’Opera accompagnò l’artista italo-greco, un brano solenne le cui armonie e disarmonie hanno creato nello spazio un’atmosfera di pace, a tratti dolorosa ma capace di emozionare ognuno dei partecipanti e ogni parte dello spazio circostante. Crivelli ha voluto creare un parallelismo tra quel violino “crocifisso” e l’uomo costretto in una cella di prigione, attraverso un’estrema tensione fatta di entrate, di uscite, colpi d’arco. Ricordare la memoria del suono a quel violino grazie alla voce di chi ancora può cantare, piano, all’unisono, da solo oppure insieme al coro.

Mai la mia cella si muti in prigione (Strumentarium)

               Ha risuonato poi con la Preghiera Mai la mia cella si muti in prigione di Nicola Cisternino, compositore e insegnante presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Il titolo della preghiera deriva da una poesia di David Maria Turoldo, sacerdote, poeta e saggista friulano del Novecento. L’augurio che il poeta fa con le sue parole è strettamente connesso alla vicenda di Kounellis e al tema da lui trattato attraverso la sua visita al carcere. In entrambi i brani eseguiti si parla di prigione, di libertà mancata, e in questa seconda occasione l’autore mostra entrambe le facce della stessa medaglia: come una cella possa divenire prigione e viceversa il segreto per cui questo non accada mai. La cella è uno spazio minimo ma sinonimo di libertà, la prigione è uno spazio minimo in cui la libertà non c’è. Attraverso questa preghiera per undici archi “preparati” (nell’accezione cageana) dell’orchestra e uno strumentarium composto da altri undici esecutori, in questo caso studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, che suonano diversi strumenti tibetani (campanelli, ciotole sonore e setacci), si è potuto mettere ben in evidenza le due diverse facce sonore della stessa medaglia, la dualità della nostra natura e delle entità a noi superiori.

Mai la mia cella si muti in prigione: Nicola Cisternino con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

               Elemento di ulteriore legame è la partitura di questa preghiera: i segni sottostanti le varie parti da eseguire compongono la traccia della pianta dell’Abbazia di Frontevreaud in Francia, in cui il compositore è stato invitato nel 2004 e 2005 con una residenza d’artista, per la storia particolare che quello che oggi è considerato un monumento nazionale francese conserva al suo interno. La caratteristica principale che ha permesso un ulteriore significato è il fatto che tale abbazia del XII secolo fu destinata ad abbazia per oltre cinque secoli e dal 1804 al 1963 come una delle più grandi prigioni di Francia, della quale lo scrittore francese Jean Genet descrisse la sua esperienza da carcerato nel romanzo Il miracolo della rosa.

               Così gli strumenti “classici” dell’orchestra d’archi interagiscono con quelli tibetani, simboli delle deità benefiche e terrifiche, come secondo la tradizione tibetana; un altro motivo che mostra la dualità della cella e della prigione come due facce della stessa natura.

Mai la mia cella si muti in prigione, Orchestra d’archi Icarus Ensemble e Strumentarium

               Il brano della durata di diciannove minuti, composto secondo il principio della sezione aurea, vede suonare e ri-suonare strumenti di nature diverse dislocati in spazi diversi: lo strumentarium tibetano in un cerchio centrale formato da dodici entità e gli undici archi disposti in tre diversi gruppi come tre sono le voci differenti che compongono la partitura. Quello che si è potuto ascoltare è stato un momento dilatato nel tempo, che attraverso climax ascendenti e discendenti di suono ha fatto risuonare ogni strumento, ogni angolo, ogni animo. Violini, violoncelli e contrabbasso hanno potuto mostrare un loro altro carattere nascosto, hanno potuto far emergere nuovi suoni, nuovi timbri, nuove sensazioni. Così, suonati assieme a strumenti apparentemente distanti da loro hanno trovato un nuovo modo di essere e risuonare. I suoni degli strumenti tibetani, suonati rispettando il loro tradizionale modo di suonare, hanno interagito tra loro creando momenti distesi, dal sottofondo calmo e solenne e attimi di caos e turbamento in cui prevaleva un sentire drammatico e turbinoso. Un tempo dilatato in cui però la sua scansione è ben chiara, un’apparente casualità di movimenti dettati però da una costruzione ragionata e matematica. Ancora una volta la dualità che crea un’entità a sé, uno più uno è uguale a tre.

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Credits: si ringraziano la Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Milano e Zerynthia Associazione per l’Arte Contemporanea (Foto Barbara Nardacchione)

 

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