Verso l'alto mare di Rebecca Defendi

 

Nuoto. Avanzo senza sosta nell’immensa distesa d’acqua nella quale sono immersa e che mi sembra tanto familiare. Non sono intimorita, anzi, e non fuggo dagli incontri che faccio durante il mio percorso: un buon libro, un quaderno intonso su cui poter scrivere, un vecchio giradischi per ascoltare le storie preferite della mia infanzia, un pallone da pallavolo per giocare contro il muro. Sono sola, nessuno a disturbare quest’atmosfera d’infinita quiete, nemmeno l’eco di un molesto trillo o di musica rumorosa sparata a tutto volume in un’auto che sfreccia rombando sulla strada.
Immergo il capo e mi dirigo verso il limpido fondale marino che si presenta ai miei occhi ricco di mille sorprese: le tonalità rosate dell’alba, il rosso intenso del tramonto, l’infinito cielo stellato, dei gattini che trotterellano diffidenti in giardino, uno scoiattolo che furtivo si arrampica tra i rami degli alberi, un cigno che cova amorevole le sue uova, il picchio che porta il cibo ai suoi piccoli rimasti al sicuro nel buco del ciliegio che posso scorgere dalla finestra di camera mia. Ancora una volta, nessuno è qui accanto a me a condividere queste mie piccole gioie quotidiane, ma non è in fondo una gran tragedia: dubito che qualcuno tra i miei amici avrebbe potuto vedere con i miei occhi in quegli spettacoli della natura.
Sento che i polmoni bruciano per la prolungata mancanza d’aria e sono costretta a tornare in superficie; mi sento strana, non capisco cosa mi sta accadendo: all’improvviso sono insofferente davanti alle pagine di un libro impregnate del loro profumo sublime, alla storia che ho cominciato a scrivere colta da un’improvvisa ispirazione, al pallone che rimbalza sul selciato fino a rimanere immobile, abbandonato.
Mi getto allora in una disperata e affannosa corsa, ma non so bene neanch’io verso che cosa: forse verso una nuova scoperta? Verso un nuovo mondo in cui poter vivere serena, senza problemi e preoccupazioni?
Ma ecco che, in lontananza, scorgo le forme ancora indefinite di un isolotto da cui sembra provenire un baccano infernale; inspiegabilmente, mi dirigo verso quella spiaggia e, esausta, naufrago ansante sulla sabbia fine che mi si deposita su ogni parte del corpo, invadente e fastidiosa.
Decido di non curarmene e, dopo aver riposato per qualche tempo, mi alzo e mi dirigo verso il centro dell’isola: la musica da discoteca proviene dal folto della foresta nel quale scopro che è stato ricavato uno spiazzo abbastanza ampio da potervi dare una festa. Ed è lì che, infatti, si trovano tutti i miei amici e conoscenti, tutti pressati l’uno contro l’altro in quel minuscolo spazio, tutti a dimenarsi al ritmo incalzante della musica, la maggior parte cercando di atteggiarsi ad adulti bevendo e fumando, credendosi intimamente delle grandi persone o delle persone grandi.
Tentenno, passandomi una mano tra i capelli ancora umidi dopo la lunga traversata: una ragazza mi riconosce e mi chiama, mi si avvicina, mi afferra per una mano e mi porta via con sé trascinandomi in quel tran-tran adolescenziale. Mi trovo ora trasportata da una corrente alla quale è impossibile resistere e cui sono costretta ad abbandonarmi, senza più le forze per tentare di resisterle: gli abiti alla moda, i cellulari che squillano, i PC sui quali è caricata monotonamente sempre la stessa pagina di Facebook, il trucco eccessivo delle ragazze, la musica al massimo volume nelle cuffiette …
All’improvviso però mi accorgo che sto diventando a poco a poco un’ipocrita, allontanandomi da tutte le cose che fino poco prima mi avrebbero resa piena di gioia e negando di fronte alla gente i miei gusti, le mie preferenze, le mie vere passioni temendo di rimanere emarginata dal gruppo.
Non mi riconosco più e questo m’infonde un terrore cupo che va aumentando sempre più dentro di me, a tal punto che non posso più rimanere indifferente davanti a questi miei cambiamenti: mi guardo intorno e non riconosco nessuno che possa dirmi una parola di conforto e allora comprendo che per salvarmi non posso fare altro che scappare da quella realtà che sta intaccando irrimediabilmente la mia personalità.
Mi metto a correre e fuggo senza mai voltarmi a guardare indietro, cerco di scuotermi quella sabbia fine di dosso ma invano e allora continuo a correre, con la differenza che stavolta so bene cosa mi aspetta alla volta del traguardo: i miei piedi toccano l’acqua fredda e rigenerante dell’oceano e non ho più dubbi su cosa sia meglio fare. Mi tuffo, faccio alcune bracciate per poi immergermi del tutto: mi sento come purificata da qualcosa cui non appartenevo ma che aveva tentato di possedermi.
Riemergo, apro gli occhi e mi scompiglio i capelli: la sabbia si è finalmente scollata dai miei vestiti e ora posso dirigermi tranquillamente verso l’alto mare, dove potrò finalmente rifugiarmi nella mia adorata solitudine.

 

 

 

 

 

 

 

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