Volevo fare l'archeologo di Carlo Varesi
Quando arrivo a sera mi piace guardarmi indietro e ripercorrere con la mente le situazioni che ho vissuto durante la giornata. Ed una domanda mi balena sempre in mente.
Ma io sono libero? Io conduco una vita libera?
La risposta, il più delle volte, la trovo a sera, quando ripenso alle cose che ho fatto.
Mi sveglio presto alla mattina per andare a lavorare e già patteggio con me stesso perché vorrei stare a letto a dormire.
Ma il lavoro chiama, altrimenti come si fa a vivere? In fondo mi dico che sono fortunato ad avere un lavoro. Ma è così davvero?
Io, fin da piccolo, volevo fare l’archeologo e studiare le civiltà del passato. Invece sono diventato un ragioniere e passo più di nove ore in ufficio a fare registrazioni contabili. E, come ogni giorno devo ammettere a me stesso che il mio lavoro non mi piace. Però lo faccio, devo farlo.
Arrivo in ufficio dopo aver affrontato un traffico allucinante ed aver rischiato di litigare almeno due volte con altrettanti automobilisti prepotenti e mi metto a lavorare.
Però il mio capo mi chiama subito e mi dice, in malo modo, che quella pratica che mi aveva affidato la settimana scorsa doveva essere seguita con maggior attenzione. Con voce alta e senza un minimo di educazione mette in risalto che io ho lavorato superficialmente e che ha dovuto seguire lui il lavoro. Lui personalmente. E mi invita in malo modo ad essere, in futuro, più attento.
Io che ho ancora la mente a quando, da ragazzo, giocavo all’archeologo, non riesco neanche a rispondere e, come un essere non pensante, accetto il rimprovero, faccio ammenda e torno al mio posto.
Poi mi viene in mente che forse le cose non stavano così, che forse il mio capo non ha ragione.
SI, è proprio così. Il mio capo si sbaglia! E non ha motivo di trattarmi così. Vado di là e cerco di parlargli. Ma lui subito mi dice di non disturbarlo, che ora non è il momento. Che faccio? Alzo come lui la voce e mi faccio rispettare? Forse è meglio lasciare perdere…. e mi consolo con l’idea che lui è un grande maleducato.
Forse se avessi fatto realmente l’archeologo queste cose non mi sarebbero successe. E questo pensiero mi frulla in testa tutta la mattina.
Arriva la pausa pranzo. Vado al solito bar dove mi siedo al solito tavolo con i soliti colleghi.
Questa volta mi piacerebbe che si parlasse di qualcosa di allegro durante la pausa pranzo, non delle solite banalità quali il traffico cittadino od il brutto tempo meteorologico. Ma c’è quella solita collega che, anche questa volta, comincia a parlare di una disgrazia. Una disgrazia che è successa ad una sua vicina di casa.
Vorrei controbattere con un argomento diverso, positivo. Mi accorgo però che l’attenzione di tutti è catalizzata dal racconto della disgrazia.
Mangio il solito panino in silenzio, mi alzo e vado a fare due passi. Il solito giro da vent’anni.
Rientro in ufficio e ricomincio a lavorare. Dopo un po’ mi viene voglia di fare due parole con i colleghi. Allora comincio a chiedere chi ha visto il film che hanno dato ieri sera in televisione. Uno mi risponde che è andato al corso di ballo perché sua moglie lo costringe a fare ciò. L’altro dice che l’avrebbe visto volentieri ma non ha guardato la televisione perché gli sono venuti amici a cena. E il discorso finisce lì, come il mio tentativo di far due parole.
Giunge finalmente l’ora di uscita. Vado alla macchina e ripeto all’inverso il tragitto del mattino. Arrivo sotto casa. Finalmente fra poco rivedrò mia moglie e mia figlia! Appena in casa, mia moglie mi dice che deve uscire perché ha una riunione imprevista all’associazione dove fa volontariato. Per quanto riguarda mia figlia è stata a dormire da una sua amica e non rientra.
Ed eccomi solo. Con me stesso, la mia vita, le mie cose.
Accendo la televisione ed ascolto solo sciagure che hanno preso la forma di telegiornale.
Allora spengo la televisione, mi metto sul divano con un bicchiere di vino rosso e comincio a pensare. E mi viene in mente la giornata che ho passato. Subito fa capolino la solita impertinente domanda: ma io sono libero? Come al solito cerco di trovare la risposta. Ma qual è la risposta vera?
Non lo so e forse non lo saprò mai. E forse questa è la chiave per poter replicare domani la vita che ho fatto oggi.
E penso che volevo fare l’archeologo.
