Faglie e mutamenti: uno sguardo al femminile – Poesie di Alessandra Pellizzari

Faglie e mutamenti: uno sguardo al femminile – Poesie di Alessandra Pellizzari

da Faglie (2017)

Prefazione di Elio Grasso

        Sembra che sia venuto il tempo di Alessandra Pellizzari, dopo anni di ricerca critica ed editoriale, e dopo un paio di libri che avrebbero meritato più attenzione. Ma le forze generative non sono vendibili e hanno prodotto riavvolgimenti mai sopiti, qualche trauma, e moralità private interne alla scrittura e ricche di prudenza. I testi governati e qui presenti sono ricchi di avvii e ritorni, di variazioni impreviste e problematicità studiate con rigore. Ci sono resistenze che misurano il diametro della propria vita, abbandoni da cui emergono certe regole terrestri, e generazioni di amori ridestati dopo aver scandagliato i fondali. E da lì, su verso le alture che tappezzano regioni levantine. È come se l’autrice avesse sviluppato arti capaci di inerpicarsi lungo le fratture, di saggiarne i dislivelli, seguendo una metafisica delle rocce e dei conglomerati. La «faglia», dunque, è un destino. Seguìto e rinnovato lungo gli anni, fin dai tempi in cui Zanzotto, poeta dei paesaggi devastati e della psiche e grafia divaricate, colloquiava con l’autrice nella sua dimora a Pieve di Soligo. Vocazione, capita di pensare, seguendo questo filo geografico e mentale, nondimeno abilitato ad amicizia e conferme pedagogiche.

Alessandra Pellizzari e Andrea Zanzotto a Pieve di Soligo (2002)

        Libro dagli esordi meditativi e intenzionati a definire il catalogo amoroso, a identificare luoghi e costumi nativi. E che prosegue viaggiando per frammenti, mai occasionali ma di certo preparatori, verso le pietre inscalfibili dei sonetti: impronte e scaglie lasciate, a memoria futura, dall’Ipersonetto zanzottiano (appartenente al Galateo in bosco del 1979). Non di caso si tratta, dunque, se pensiamo a tutto ciò che lega Faglie, quanto vi nasce e muore dentro come lingua, all’esperienza vitale nella sua crudezza. Vi si colgono i corrugamenti che la tettonica e gli eventi catastrofici avvenuti nei secoli hanno inciso in territori confinanti o lontani, e che gli uomini hanno patito e descritto secondo dolore e arte. Dai fumi di Pompei e dalle grotte del Périgord, fino alle vicissitudini fluviali del Brenta, per esempio, giungono le spinte che governano interrogazione e scrittura. Qualcosa che tiene desta la forza emergente e di cui la poesia si alimenta. Ogni frammento contiene gradazioni (dal perlaceo al rosso cupo, dal grigio al cobalto) terrene consapevoli d’avere nidificato fortemente nel torace dell’autrice. Non si tratta di interpretare ma di seguire con passi difficoltosi un suolo impervio, reale e cartografico, e che dimostra la doppia faccia di una rovina. La natura certo non viene mai a mancare, ma per così dire subisce un fuori fuoco di cui siamo pieni responsabili. Per questo, talvolta, sembra di udire una ribellione, quando Pellizzari gratta con unghie e polpastrelli la superficie delle rocce con una scrittura anch’essa ruvida come carta vetrata. E avverte orli e polveri che alimentano i crepuscoli. La salute articolare sostiene anche l’energia madre che aleggia sulle fratture. Ciò che «si azzarda a rimanere» ha moti improvvisi, complessità di cui occorre tenere traccia, azione che non passa inosservata dentro questo libro. Tutti i colori della profezia giungono al dunque secondo una discontinuità amorosa, fortemente voluta ma troppe volte andata a scontrarsi con i legami sfatti nel mondo. L’apparizione di un corpo (o parti di esso) sui colli e sugli altopiani prelude al sopraggiungere dei dieci sonetti annunciati in precedenza. Una specie di configurazione in difesa della poesia, uno scontro diretto contro i veleni che profanano la fertilità femminile. Lì dentro possono librarsi uccelli sulle marine, sciamare semi sui licheni, aprirsi labbra sulle rugiade, allargarsi fiumi, slittare sillabe, diffondersi l’inchiostro. Da qui in poi la lingua è finalmente il mezzo che annuncia un ritorno delle forze, come fossero cosa mai stata, o inedita nave con cui ripartire. 

Elio Grasso
© riproduzione riservata

Giovanni Turra e Alessandra Pellizzari – Presentazione di Mutamenti (Libreria di Palazzo Roberti, Bassano del Grappa, novembre 2012)

Alessandra Pellizzari, Faglie, Pasturana, puntoacapo 2017
di Giovanni Turra

        Dei tre Ordini individuati da Jacques Lacan (l’Immaginario, il Simbolico, il Reale), il Simbolico è il più ambizioso, dal momento che il suo ‘territorio’ include ogni cosa che vada dal linguaggio alla legge. Attraverso il linguaggio, il Simbolico lavora sul Reale; v’introduce un ‘taglio’, cesellandolo in una miriade di modi diversi.

        In Faglie, ultimo tempo della poesia di Alessandra Pellizzari, al taglio lacaniano può accostarsi fin da subito «decide» (p. 45), il cui prefisso, de-, è quello che trasforma l’operazione del tagliare, caedere, in un atto della volontà, decidere; all’arte del cesello invece, per intero questi versi: «Rappezzo una forma che penetra nell’altra / come una forbice sa tagliare una forma / già cesellata nella mente / quando allevo i battiti di sillabe / che si sottraggono incerti /sulla lingua che s’è franta» (p. 33)

        In un certo senso, noi siamo prigionieri del Simbolico: non a caso, ciò che tiene insieme quest’Ordine è definito catena significante. Sulla scorta di de Saussurre, Lacan ribadiva che nessun segno può essere definito indipendentemente dagli altri segni: se le parole non fanno che rimandarci ad altre parole, noi siamo tagliati fuori. Condannati alla prigione della lingua, siamo destinati a non conoscere mai il mondo come Reale; e cioè: fatto bruto, che esiste da sé e per sé, che è indifferente ai nostri tentativi di simbolizzarlo, di indovinarne un messaggio.

Venezia, Giardino dei semi

        Certamente il Reale preesiste al Simbolico, ma è anche ciò che resta una volta che il Simbolico ha completato il suo processo. Il Reale è l’eccesso che rimane e che resiste alla Simbolizzazione, il ‘resto’ irriducibile al cesello del Simbolico. Pellizzari se ne dimostra consapevole: «Un mattone come resto», attacca uno dei testi più forti del libro (p. 27).

        Se il Simbolico non fosse un resoconto incompleto o insufficiente del Reale, oppure, al contrario, se potessimo comprendere il Reale immediatamente, allora noi, come soggetto, scompariremmo. Col soggetto scomparirebbe la Poesia. Il soggetto esiste invece nell’interfaccia, o sul confine, tra il Simbolico e il Reale.

        Per l’autrice di Faglie, ciò che ci rende soggetti poetici è l’uso originale, tutto personale, della catena significante: il luogo in cui il soggetto, e il soggetto poetico più di tutti, si esternalizza e si coglie, è dunque la parola. Pronunciando una parola, il soggetto contrae il suo essere fuori di sé, nella catena significante; il soggetto coagula il nucleo del suo essere in un «segno» esterno.

        Ma che cos’è soggetto? Precisamente, soggetto è quella parte irriducibile di ciascuno di noi che guarda al mondo da un punto di vista particolare. E un punto di vista, uno qualsiasi, incornicia sempre la realtà; la decide nel senso più sopra ricordato. Occorrono pertanto, nella poesia di Pellizzari, «sezione: dissezione: vivisezione» (in rima tra loro, p. 27), «strappi» (p. 45), «ferita» e «ferite» (pp. 37 e 51), «iato», «varchi dischiusi» (p. 51), «rima» (magari nell’accezione latina di ‘fessura da cui spio’, p. 51), «fenditura» (p. 55).

        Ma soprattutto vi occorre il titolo, Faglie, anch’esso appartenente al campo semantico del «decidere» e impiegato dall’autrice per indicare, senza infingimenti possibili, la sconnessione dell’Ordine Simbolico.

        Insomma, c’è in ogni cosa un pezzetto mancante, da rintracciarsi oltre la cosa, così da disvelare la verità di quella cosa. Va detto a questo punto che per un poeta come Pellizzari la verità dev’essere trovata nella contraddizione, non nella rimozione delle differenze. Di qui alcune oltranze linguistiche, quali i composti – con e senza lineetta – «affronto-affondo» (p. 12), «baci pietanze» (p. 46), «venti-ruscelli» (in rima con «uccelli», p. 47); il nuovo conio «fremori» (da ‘fremito’+‘tremori’, p. 20); la protratta paronomasia «ocra nell’ombra, eco nell’ambra» (p. 59).

Pieve di Soligo – (Da sinistra, Andrea Zanzotto, Francesco Carbognin, Dino Azzalin, in piedi Alessandra Pellizzari)

        In Faglie si ritrova il patrimonio tematico con cui Pellizzari ci aveva familiarizzato ai tempi di Mutamenti, il libro precedente (Campanotto, Udine 2012). Scrive Elio Grasso nella prefazione: «Dai fumi di Pompei e dalla grotte del Périgord, fino alle vicissitudini fluviali del Brenta […] giungono le spinte che governano interrogazione e scrittura» (p. 6).

        Più che in passato però, la poesia aderisce ora alla concretezza storica del presente: «navi […] sradicano fondali», «la terra dei fuochi» brucia (p. 11); «la sera dei duri amori si rivela a brandelli» (p. 12); «l’imprenditore aguzzino» maltratta e tormenta (p. 52); «menadi» (p. 59) s’agitano con i «capelli scarmigliati» (p. 44) nella «danza macabra del plusvalore» (p. 57).

        Quest’ultima rassegna di loci testuali ci consegna la testimonianza di una poesia che vuole resistere alla barbarie del nostro evo. E così, poco oltre la metà del libro, s’accampa, totalmente furori sincrono, una corona di dieci sonetti: con le parole di Grasso, si tratta di «una specie di configurazione in difesa della poesia» (p. 7).

        Con una forza espressiva rara, Alessandra Pellizzari ha osato levare il suo sguardo verso l’alto, ha scagliato il suo cubetto di porfido contro gli «dèi capitali» (p. 52) che, come ai tempi di Ifianassa, esigono ecatombi.

Giovanni Turra
© riproduzione riservata

St. Ives, Cornovaglia

 

le tue ceneri
alle bocche di porto
strappate alla salsedine
vengono sospinte dalle vele affamate
verso poche braccia di terra
verde incosciente

sola
la calamita della bussola
riposa nell’urna
che rammemora la città degli addii, l’ombrosa Lugano
e la diaspora che si scriveva col sangue
sulle mani.

appena qualche battito d’ali sulle bricole affogate, ascolta,
ecco le voci di bambini, vibrano
inseguendo i silenzi dell’ora

lapidi come leggii macchiati
                                       di muschio iridato:
resine, grumoli di papaveri, stelle, candelabri
che schiumano luci giallastre.
cipressi incastonati
parlano con le pietre deposte da mani pietose

per i tracciati di ombre, vociferano
i fogliami, scorze di cortecce
luccica di sale
                    il marmo.

Libreria Caffè dei Libri, Bassano del Grappa

        

resti come dettati
arrossati dai piccoli fremori
segnali appoggiati alle mie palpebre.

        ***

la lucidità dell’esperienza
nelle vene rimpianti
nel trascendere l’assenza.

        ***

Non fingere di non sapere cos’è mutato
chiedimi come si rimargina la scrittura sulla pelle
                                                                se poi cola.

        ***

Un mattone come resto:
costruire un sogno
per abitarlo nella sua sezione aurea
dissezione, polvere d’oro, tarlo
                                       vivisezione.

        ***

Altri dorsi terrosi hanno i crepuscoli
quando avvolgono le polveri, gli orli,
i rivestimenti del dolore.

         ***

Frasi musicali
abrasi appunti dove l’aspro
addolcisce le labbra,
il perdersi dei tocchi.

Salins de Giraud, Camargue

 

iterati destini. incrociati
lì dove i petali e stanze
si perdono in segreti tracciati
bruciati versi, ceneri, beanze

antri nelle prigioni dei bugnati
notti senza tempo, dissonanze
umidi declivi già arrossati
chetati dai tuoi baci pietanze

tumuli in cui dorme il sapore
del mondo, frange deposte
mani attinte, fibre spremute.

dalle marine il lieve tepore
delle derive, nostalgie esposte
le pause taciute dal chiarore.

 

        ***

Beati chirurghi pecuniari
rimirandosi sugli specchi
dai gironi-abissi dei bancari
attoscano l’aria, gli orecchi.

Fanghi, cartucole di denari,
funamboli, gli déi capitali
s’accingono a parate sublunari
diagrammi, nei mercati finanziari.

Nell’orgia della massa ebbra,
oscura il domani della lotta,
l’industriale aguzzino e imperito.

Se impepa la festa raffredda
le seti, che sadico annotta
con il sacrificio del sapere ferito.   

Hook Lighthouse, Irlanda

                           

Lasciami le ciglia disegnate
a mano sulle palpebre riscritte
dal sangue polveroso ritratte
custodite dal fiato più fitte.

Sprigionate dalla grafite
sull’orizzonte, tra le dita inscritte
più a lungo d’azzurrite scalfite,
in fonemi e sillabe trascritte.

Dove fluiscono orme, sonorità
disgiunte in fiere volute
néi, lobi, anse di voci, animosità

di profili ritagliati luminosità
rimembrate altrove, taciute,
del nulla preposizione di beltà.

 

        ***

forze rimate ritorneranno dove non sono mai state, dove la
parola leviga i sensi e il disincanto delle menadi, la
squadratura dei ritorni, ocra nell’ombra, eco dell’ambra
come somma dei resti. Smanie muoveranno le sprezzature
e le nostalgie dei pani che le albe inzuppano.

 

 

da Mutamenti (2012)

La parola batte la misura del vivere
povero cuore che colora il tempo del crepuscolo.
Messa a morte dal troppo
squarcia il niente ossessiona il vuoto
cigno ferito.
Desiderio dell’altro
mi tocca il corpo
cosparsa di pianti convulsi
impigliati sui rovi del mattino.

Fatalità
corollario che accompagna castità e follia
dove brilla la decadenza e l’erudizione si trasforma
in allerta.

       

        ***

Brucio le impressioni maldestre nella stufa
dove borbottano il caffè e le ansie del giorno
invano ho sognato doglie in forma di respiro.

Conosco la lingua che intesse il tempo misurato dell’abbandono
il viaggio che mi invade gli occhi spalancati
sui tranelli della tenerezza, le buche dove l’infanzia assaggia pasticci.

Amo i popoli che sognano l’esistenza il vino resinato, canzonieri e tempi
che i filosofi cosmici sfilacciano davanti al reclinare del capo
su una lapide.
Le mani che cercano l’aria delle piccole cose.        

Carte du pays de la Tendre

 

Ascolto piovere
antiche lezioni di storia naturale
mi parlano di colline inzuppate,
di ferri, di erbe lucenti, di assedi e rese
di frangenti contro cui urtano le parole,
raccontano di un silenzio che si ascolta.
Ho raccolto queste magie
in un quaderno di appunti,
conto i colori contrari.
Ho lucidato le labbra
come si lucida la vita.

 

        ***

Maledette le nebbie di Turner sulla Salute
nascondono verdetti sull’acquerello
significanze che vanno verso est
come cogliere dell’esistenza
                                   l’angoscia e la sua negazione
crocifisse nel pianto del tempo.

I misteri della mancanza
si seppelliscono nelle miniere del proibito
                                                   serrati dal riguardo.

Rimanere nella nudità
                              tra i luoghi dello stupore
                                                         ostacoli della certezza
con le parole che mi toccano passando per il corpo.

Fondazione Querini Stampalia – Presentazione del libro Mutamenti (da sinistra Marigusta Lazzari, Francesco Carbognin, Alessandra Pellizzari)

 

aprimi il fogliare della parola
nascosta nella farinosa sera
tra albumi sàrdane infernali

le pene del sacro   terrosa sola
tra resti inattesi    quasi fiera
nei gusci di muchi idiomi plurali

fatali di tessuti     disincanti
intriganti fuochi    miei incanti.

 

        ***

fossili di verbi. giaceremo
rocce declinazioni dalle scorze
penetrano incise e sferiche

derive   acuzie   annunceremo
sfinimenti di aquiloni forze
svestite sulle piazze esperiche

sopra calpestii orme e differenze
nembifere di nude lontananze
                                       [di ritorno]

 

        ***

Andrea Zanzotto e Alessandra Pellizzari

Testimonianza di Andrea Zanzotto

        Chiedo che venga dedicata una particolare attenzione all’opera Mutamenti di Alessandra Pellizzari, valida poetessa di cui mi sono personalmente occupato introducendo la plaquette, edita nel 2006, Lettere a cera persa (LietoColle). In essa, Alessandra Pellizzari aveva dimostrato di saper accompagnare con intelligenza il suo nativo entusiasmo per il discorso poetico all’acquisizione dell’informazione letteraria, all’avvio di un’esperienza fattasi nel tempo sempre più «propria» e consapevole. Tale consapevolezza si esplica, negli odierni Mutamenti, attraverso una foltissima adibizione di materiali culturali: da quelli prettamente poetici, chiamanti in causa un’intera tradizione (da Dante, Petrarca a Ungaretti, da Baudelaire a Rimbaud a Lautréamont, da Montale a Rilke, da Achmatova a Rosselli a Cvetaeva); agli spunti di matrice filosofica e estetica (Heidegger, Adorno, Lacan, Blanchot e Barthes); a quelli attinti (in conformità alle competenze specialistiche dell’Autrice) dall’archeologia, dalla storia dell’arte e dalla critica.

        La poesia di Alessandra nasce tuttavia sotto l’impulso di un tormento autentico, sofferto fino all’arrivo ad un punto vicino alla disintegrazione della sintassi e della parola come attrice di immagini. Tuttavia, anche negli esempi più «estremi» di una scrittura prossima alla deflagrazione, nella sua poesia si sente la resistenza di un tessuto analogico della significazione come vaga concordia di tipo armonico, insorgente vi propria con una sua irrefrenabilità. Per questi motivi − forte presenza della «tradizione» lirica europea, autenticità dell’ispirazione, abilità nell’intreccio discorsivo delle immagini − ritengo degna di considerazione l’opera Mutamenti di Alessandra Pellizzari, di cui auspico la pubblicazione.

Andrea Zanzotto

Gennaio 2010

 

Veduta di Venezia a volo d’uccello di Jacopo de’ Barbari (Museo Correr)

 

Testi/partitura (inediti) su Venezia e la sua Laguna partendo dalla Veduta di Venezia a volo d’uccello di Jacopo de’ Barbari conservata al Museo Correr.

 

Gocciolano le merlature dei pinnacoli,
appisolate sull’innalzamento di un doppio diesis.
Qui, tra le remissive pause dei trafori,
reclinati sulle dorature di foglie,
gli umori dei venti e i riflessi piombati,
àlbano

Gocciolano le liquorose coppe,
sulle giunture/suture dei contrappunti,
tra i gradi congiunti degli architravi.
Le brunite nicchie
e i venosi rivoli, rinviati dai marmi,
spiovono.

       

        ***

Quando sulle coperture dei preludi
si zittiscono i violini girovaghi,
gli antri annebbiati degli archivolti,
intonano voci.
Dove finirà la contaminata bellezza?
Forse su una voce più grave,
sul gesto incompreso
di una cella campanaria,
sull’ondulata frazione di tempo?
Laggiù,
dove gli uccelli migratori lasciano
le dimore incerte dell’arco soffocato,
tra le sbavature cifrate di una nave.
Forse sul vento sabbioso,
sulle fosche verità delle seti?
Quando le taglienti verità
della pietra d’Istria,
cederanno all’evidenza dell’algosa ruggine,
sulle lische dei mattoni,
il rosso granata,
scorticato dalle polveri,
andrà a svanire nella chiusa gotica,
annodando i silenzi.

Partitura, collage

 

Sarà capace di accompagnarmi la trasparenza incerta
sulle frasi incavate di grigio?
Attraverso le fessure del bugnato?
Sulle frasi incatenate alla centralità di grafismi,
alle strettoie del tempo,
ai ponti, ai pudori dei canali, alle falde cesellate,
agli sventrati rii,
sugli intrecci dei pieni e dei vuoti delle reti?
Lì, dove sopravvivono i solchi miniati,
le carte speziate, lì
dove il verdealga riposa sulla cima leggera,
lì, dove il nero s’acquieta.

 

        ***

Lungo le chiassose agonie
dei gabbiani e i resti di carni,
la tempesta equinoziale abbraccia le nebbie.
Adesso ciò che rimane sconosciuto
è più certo.
I nodi discordi delle nubi si affrontano
sulle ciminiere lontane, i trilli
piegano i segreti chiarori.
Si innalza la danza dei diavoli ebbri,
spalancata sulle quinte delle lunette accigliate,
sulle bilance di una chiave musicale.
Lo sguardo del San Michele
domina le corde dell’arpa,
traguarda i chiassosi silenzi,
i fruscii plastificati, lungo i margini
smarginati dei fregi sfregiati.

   

Biografia

Alessandra Pellizzari nasce a Verona, vive a Venezia. Storica dell’arte e insegnante, ha pubblicato le seguenti raccolte: Lettere a cera persa (Lietocolle 2006, prefazione di Andrea Zanzotto), Intermittenze libro d’artista (con una partitura di Saverio Tasca), 12 testi per l’antologia 12 poetesse italiane (Nem 2007, con testo critico di Francesco Carbognin), Mutamenti (Campanotto Editore 2012); Faglie  (Puntoacapo editore 2017), prefazione di Elio Grasso). I suoi lavori sono stati ospitati in numerose riviste e blog.

Foto di copertina di Ilaria Poli

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